L’edera e il mirto

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Più la guardava più si convinceva di una cosa: Cressida, oltre a essere una bella donna, aveva una classe innata.
Se ne era accorto quando si era sorpreso a guardarla infilata nella stretta divisa militare del Tredici mentre lei sfilava nel corridoio con la massima naturalezza come se fosse una modella: testa alta, la smorfia tipica sua ad arricciarle le labbra, gli occhi chiari e brillanti.
Aveva capito di essere incuriosito da lei nel momento in cui si era ritrovato a chiedersi per la prima volta la ragione per cui un essere umano sano di mente si dovesse far tatuare in testa delle foglie.
Di certo lui di moda ci capisce poco o niente, è nato minatore e ora è destinato a morire operaio, non si impegna nemmeno a far finta che gli importi troppo.
Eppure quei viticci d’edera, lentamente, lo chiamavano come il canto di una sirena.
Un giorno, mentre lei era seduta in un angolo a pulire la sua arma gli aveva semplicemente posato un dito sulla testa causandone una reazione per lui assolutamente sconcertante.
“Ce ne hai messo di tempo, Hawthorne” commenta lei ghignando.
Un maledetto serpente, ecco cos’è lei! Uno di quelli che si nascondono sotto le radici degli alberi dove crescono i lamponi che raccoglieva per la sua famiglia.
Aveva scostato bruscamente la mano, come se avesse subito una scottatura.
Non si era mai sentito così imbecille nemmeno al suo primo approccio con Katniss.
A ripensarci, il cuore gli faceva ancora un po’ male, ma ormai importava poco o nulla.
Gli aveva ripreso la mano e gli aveva fatto seguire il complicato intrico di rami sul capo rasato, paziente come una maestra con un bambino un po’ tonto.
“E’ segno di caparbietà, determinazione” si era sentito dire, ma lo aveva recepito solo vagamente, impegnato com’era a carpire la sensazione della pelle colorata e con qualche cicatrice sotto le sue dita.
“Ti rappresenta bene, allora” era riuscito a brontolare, completamente e inspiegabilmente, anche a distanza di due settimane, rapito da quella percezione e da quel ricordo.
Senza capirci troppo si era ritrovato con un braccio piegato dietro la schiena.
“Ma prima di toccare, almeno, chiedi il permesso” gli aveva sibilato all’orecchio prima di andarsene dall’armeria.

*

Aveva sgombrato un intero ospedale con una squadra formata da pochissimi elementi, così aveva imparato che Cressida era anche una persona estremamente efficiente e organizzata.
Si era ripresentata al quartier generale con solo un paio di tagli sanguinanti sul capo e uno sul viso, poco sotto il labbro.
Non dava mai segni di cedimento, come nessuno di loro poteva fare, non si mostrava mai debole.
La incontrava di rado, impegnata com’era a filmare gli spot di propaganda anti-Capitol insieme a Katniss e alla sua troupe.
Però ogni tanto la scorgeva, durante le pause fra una missione e l’altra, fra un progetto e l’altro, truccata in modo improbabile, gli sembra un puma, che impartisce ordini con voce morbida e monocorde, impegnata a studiare luci, posizione dei soggetti, bozze,make up e costumi.
Lui non avrebbe saputo fare la metà delle cose, era un rozzo soldato che capiva il semplice e letale meccanismo delle armi: fuoco uguale morte.
Uno di questi giorni di pausa, involontariamente le sorrise.
Lei fece solo un cenno del capo, ma aveva impiegato quindici minuti in più del solito a fissare gli orari per le riprese del giorno dopo.
Lui, per la prima volta aveva sbagliato mira.
*

Un lunedì mattina come tanti gli spot si interruppero e partirono per la Capitale per la famosa missione finale.
La sera precedente lui non era nemmeno riuscito a incontrare Katniss al pensiero che le bombe progettate da lui e Betee erano esplose dilaniando le carni di Primrose e tante altre persone che avevano messo a disposizione la loro vita per salvarne altre.
L’aveva trovato lei, nascosto in uno degli angoli bui del distretto a sperare e pregare di non incontrare nessuno.
“Ti prego, ho seguito l’odore della tua depressione fino a qui” aveva iniziato lei la conversazione.
Lo stava prendendo in giro e lui non era propriamente dell’umore adatto.
“Temo che mi detesti”.
“Puoi giurarci, bambolotto” gli aveva risposto storcendo le labbra in un modo tutto suo, gli ricordavano il becco di una papera “Ma le passerà e tornerà a ricordarsi di te come dell’eroe che ha portato via un distretto intero durante un bombardamento”.
Era inguainata in un paio di pantaloni dall’aria consunta e indossava un top chiaro che ne metteva in risalto il fisico asciutto e prestante, da soldato addestrato e donna conturbante.
“Grazie, mi serviva giusto una buona dose di allegria” aveva replicato lui acido.
“Son qui per questo, bello” aveva commentato la regista con tono annoiato sedendosi di fianco a lui con un movimento fluido.
Gale aveva alzato gli occhi al cielo.
“Veramente, Cressida: non sono un soggetto dei tuoi filmati che devi studiare prima dello show, ok? Voglio essere lasciato in pace” era scattato  lui allontanandosi.
Le scarpe da tennis della giovane scricchiolavano lungo il corridoio.
“Ma io non ti sto studiando, mi pareva anzi il contrario” gli aveva risposto posandogli una mano dalle unghie curatissime sulla spalla.
Gli si era mozzato improvvisamente il respiro.
Non era da lui perdere il controllo a quella maniera, per di più a una manciata di ore da una missione.
Si era voltato di scatto verso di lei, sperando di sorprenderla, però ci era caduto ancora una volta come un perfetto babbeo.
Non era cosa per lui, il campo minato dei sentimenti.
La bionda si era alzata sulle punte e gli aveva lambito delicatamente le labbra con le sue.
Non ci aveva visto più, se l’era premuta addosso e l’unica mano libera rimastagli gliel’aveva infilata giocosamente fra i capelli.
Era pur sempre un uomo, lei una donna e lui rideva stupidamente al pensiero che forse aveva solo bisogno di quel calcio nel sedere per stare meglio.
Cressida, dopo, gli avrebbe anche ricordato che il sesso è un ottimo modo per smaltire la tensione.
Gale le avrebbe risposto che era vero, ma non gli importava poi troppo e l’avrebbe nuovamente stretta a sé, baciandola con slancio mentre lei rideva e rispondeva al gesto.
La mattina successiva avrebbero avuto a che fare con la morte, per cui non avevano rimpianti.
E Hawthorne era tipo da rimurginare a lungo, per cui tanto valeva godersi quella conturbante compagnia.
Il resto sarebbe venuto dopo.
*
Non si erano più parlati da quel momento, in missione la priorità era la vita di Katniss da tutelare in ogni modo possibile.
Sinceramente, non si erano nemmeno guardati dopo, quando la Ghiandaia aveva baciato Peeta e lui era miracolosamente rinsavito.
Esattamente lei l’aveva guardato morire dentro, ma non era crollato quanto si aspettava: l’avrebbe vista sorridere soddisfatta, se si fosse voltato nella sua direzione.
L’Intrusione nella Capitale gli era costata Finnick,Leg 1 e 2, Messalla e metà squadra, in pratica.
Gale chiudeva gli occhi davanti al sangue dal momento in cui aveva visto quello di Primrose schizzare su uno schermo.
Finnick era un suo buon amico, alla fine, e un bravo compagno con cui aveva sviluppato un certo livello di affinità.
Cressida, passandogli accanto una volta giunti da Tigris, gli aveva sfiorato la mano.
Se si fosse girato verso di lei avrebbe visto che anche lei era arrossita, ma probabilmente lo avrebbe attribuito allo stress che abbassa il self-control.
Anche la bionda lo avrebbe fatto, ma ci sono poche cose che si possono negare con facilità e una della lista non è di certo l’amore, parola troppo grossa, forse, nel contesto in cui si trovavano.
Ci avrebbero pensato dopo.
*
Le missioni non avrebbero potuto durare per sempre, la guerra era finita un martedì e il mercoledì Cressida era in giro per le rovine a calciare detriti con gli scarponi e a riprendere le macerie del vecchio mondo sotto il suo sguardo attonito.
Avrebbe mandato in onda tutto, impietosa e precisa come ogni brava reporter e video-maker.
“La pianti di fissarmi, Hawthorne? Pensavo che il sesso ti avrebbe aiutato a scioglierti un po’”
Si riscuote e si alza dall’avanzo di marciapiede su cui era seduto.
“Vorresti seriamente mandare in onda una videoregistrazione in cui io e te conversiamo della nostra vita sessuale come se nulla fosse?” le chiede avvicinandosi.
“Certo che no, basta un pc per eliminare un rumore di sottofondo sgradito”.
Gale ride, inspiegabilmente ride forte e di cuore.
“Ah, non mi pareva che fossi un rumore di sottofondo mentre eri nel mio alloggio” commenta il moro.
Anche la reporter ride.
“Ho perso metà della mia troupe, la mia famiglia, la mia vita e tu riesci, nonostante tutto a farmi ridere, sei un bambolotto per davvero” ribatte lei spostando l’inquadratura su dei grattacieli in lontananza per fare un campo lungo.
Il giovane si gratta la testa, imbarazzato per la portata di quanto detto.
“Sul… sul serio?”
Dalla ventiduenne arriva solo un cenno del capo mentre continua il filmato.
“Cosa pensi di fare, ora, Gale?” il suo nome sulle labbra di quella donna è un suono particolare, esotico.
Si è appena innamorato come un cretino, sedotto da uno stupido tralcio d’edera e se ne rende lucidamente conto solo adesso.
“Mi troverò un lavoro, magari qui o al due”
“Il due è un bel posto” conviene Cressida spegnendo la telecamera “Pensavo di andarci a vivere anche io, tanto per inviare i filmati basta un…”
“Computer?” la interrompe il diciottenne facendole il verso.
La bionda annuisce sorridendo e sventolando la mano a indicare i grattacieli “E poi non me la sento di stare da sola, almeno per adesso: sapere che vivo in un posto dove ho qualcuno che conosco…”
Beh, come potrebbe non capire lui che è stato sempre alla ricerca di una persona con cui condividere  un luogo e che non l’abbandonasse per una nuova guerra?
La abbraccia stringendola contro il suo petto solido mentre dagli occhi della ventiduenne sfuggono, ribelli, le lacrime.
Anche Gale piangerebbe se avesse qualcuno da ricordare senza lasciarsi divorar dai rimpianti o dal senso di colpa.
Lì gli sembra solo una ragazza piccola e fragile, tremendamente precaria che lui deve sorreggere come lei aveva fatto prima della missione.
Si staccano e lei riprende il controllo rifacendosi il trucco mentre si avviano verso la ferrovia.
“Allora… vieni da me?” domanda la giovane donna sedendosi di fianco al moro.
Oh, bene.
“Però se mi fai entrare guarda che ci resto” la avvisa in tono falsamente minaccioso infilandosi le mani nelle tasche dei jeans.
“Basta che prometti di impegnarti a curare un po’ di più il look, quei pantaloni sono più vecchi di Snow…” lo rimprovera lei studiandolo con occhio critico.
“Allora perché non me li togli a casa tua?”
La reporter si volta con un’espressione falsamente sorpresa e scandalizzata:” Cos’è, l’astinenza rende linguacciuti?”
“Magari…”
Si è trovato innamorato di un tralcio d’edera sexy, resistente, invadente e iper critico sul suo look, ma non ci trova qualcosa di male.
Si è innamorato di un tralcio d’edera e non pensava che potesse essere tanto semplice riparare una ferita.
Si sono innamorati sotto le bombe, sotto le armi e sotto terra e va bene così, nessuno dei due chiede di più: le ferite bruciano di meno, gli incubi sono divisi sulle spalle di due persone e il primo stipendio di Gale è quello che usano come scusa per rifargli il guardaroba e torturarlo con giri di shopping interminabili mentre i capelli di Cressida crescono morbidi, fluenti e attorcigliati come viticci e l’edera, mentre sulla sua testa si è aggiunto un piccolo, ingenuo fiore in boccio: un mirto.
E sulla caviglia di Gale è misteriosamente comparso, dopo vari tentativi e sfiancanti agguati che alla fine lo facevano più ridere che altro, una piccola e ben nascosta orchidea –lusso, perfezione, fascino e ricercatezza: Cressida, in una parola-.
Terribilmente insistente, precisa, efficiente, spiritosa, ironica, sarcastica, vitale, forte e vendicativa, Cressida.
Sua.
E l’addio dal mondo faceva un po’ meno male, pensa, giocando con un ramo d’edera attorcigliatosi sul muro di casa loro.
C’era l’edera a proteggerlo, non sarebbe più andato storto nulla.

Si ringrazia anche xnienke.deviantart.com per le textures

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Bugia

Mika sentiva lo sguardo penetrante del Demone sulla sua schiena,esercitava sui suoi muscoli la stessa pressione di un pugnale sulla gola e la stessa tensione le restava poi nei muscoli quando l’essere soprannaturale spariva. Quel mostro cercava in ogni modo di approcciarsi a lei usando metodi volgari e toccandola in modi che lei non sognava nemmeno con Kai.Ecco, i suoi pensieri dovevano restare concentrati su di lui in modo perenne, così non avrebbe smarrito la ragione -anche se era già successo,lo sapevano benissimo entrambe: lei e quell’oscura creatura dagli occhi di tenebra che la perseguitava-. 

Si sentiva sporca, eppure sapeva che sarebbe potuto succedere se non si fosse mostrata all’altezza dei sacrifici compiuti da suo padre per il bene del feudo. Aveva ceduto agli istinti del suo corpo e della sua solitudine, aveva pur sempre delle esigenze.

Pensava al ronin che avrebbe attraversato tutti i mondi pur di ritrovarla e vederla sul trono che le spetta (no, lei avrebbe rinunciato a tutto il mondo pur di accocolarsi con lui, nel loro giaciglio scomodo, dopo aver fatto l’amore) a sorridere.
Una gru, nel gelo dell’inverno, le offre la sua danza e il candido piumaggio come svago e diversivo:anche lei conosce molte coreografie, danzava sin da quando era una bambina.
Il ricordo le stringe la gola, le sfugge una lacrima.
Le piume dell’animale si tingono di rosso, la volpe ha gli occhi bicolore. 
Mika distoglie lo sguardo, perché? Aveva cacciato il giorno precedente, lo sapeva.
Lo ha fatto apposta, era un avvertimento, un messaggio.
Si rinchiude nelle stanze assegnatele e il suo tremito si fonde coi singhiozzi che le sfuggono dalle labbra. Sa che lei è lì, in forma di ragno, a controllare che non si uccida, a osservare morbosamente il suo corpo sognando dove infilarvi le mani lussuriose e putride di malvagità.
Perché i demoni sono malvagi, violenti, brutali e lussuriosi, senza coscienza morale e del pudore: non sta bene avere rapporti prima del matrimonio, sta bene apprendere i segreti dell’amore da persone dello stesso sesso, ma lei aveva già superato quella fase e completato il suo apprendistato, era la figlia di un uomo importante, dopotutto.
Aveva tentato di allontanare il ragno con la mano, ma l’essere la punse con forza e si fermava con sorpresa di Mika, a berne le piccole stille di sangue che colavano dalla ferita.
Era lei, non poteva esserne più certa di così, e ora che si era trasformata in bipede la lingua sulla sua epidermide la eccitava.
Non era la prima volta che il sesso fra loro iniziava a quel modo e il signore del Nord non doveva saperlo, perché in fondo la piccola figlia del feudo era solo una donna che desiderava essere, forse un po’ ingenuamente, amata.
E quello era forse il modo del demone di comunicarle la sua vicinanza? La sua comprensione? Il suo…sentimento? Quante cose le sfuggivano del mosaico della Volpe…
Sapeva però che non sarebbe finita mai se Kai non fosse giunto a breve, aveva perduto ogni inibizione quando le sue labbra erano andate a lambire per la prima volta quelle della donna che ora le stava lascivamente offrendo il suo corpo senza nessun motivo apparente. Le era salita sopra, si era sciolta l’elaborata acconciatura e aveva preso a baciarle il collo e il petto ignorando le fitte di freddo dolore che il cuore le inviava. Nessuno capiva e nessuno avrebbe mai capito cosa significhi una lunga prigionia accompagnata a una frustrazione che sarebbe stata eterna, Kai non sarebbe mai stato davvero suo. Muoveva ritmicamente il bacino contro quello del demone che la fece scendere intimandole di aprire le gambe e sfoderando un piccolo pugnale con cui sfiorò la pelle sensibile della principessa, che a quel contatto rabbrividí esalando un gemito di piacere. La demonessa era esperta, toccava ogni lembo di pelle disponibile tanto che quando il pugnale perse la sua utilità, subito le rapide dita della creatura si inserirono in Mika facendole arrivare al limite e costringendola a spingersi contro l’altra per aver soddisfazione.
Terminato l’amplesso la principessa si rivestì rapidamente, aveva perduto di nuovo ogni onorabilità soprattutto agli occhi di suo padre e di sé stessa, ma cosa doveva fare? Non erano tutte destinate ad amare uomini imposti dal destino?
Kai era solo un bel vagheggiamento, era un ronin e dopo averla salvata sarebbe morto.
Di nuovo, la volpe attendeva fissandola con un sorriso.
“Ora che sei soddisfatta, potresti concedermi di lavarmi?” domandava ogni volta.
La donna dai lunghi capelli scuri, sorniona, sorrideva enigmaticamente.
“Non avrai quello che vuoi, lo sappiamo entrambe:perché non resti con me? Posso offrirti la libertà” scandisce l’altra con voce serica, paurosamente simile a una cantilena.
La principessa sospira avvolgendosi nel kimono ancora sporco: ci aveva pensato,sarebbe stata una facile via per fuggire da ogni problema,da ogni dovere,da ogni imposizione. 
Ma avrebbe avuto un prezzo che lei avrebbe potuto pagare solo in parte:”Perché tu menti, e lo sappiamo entrambe” 
“Sai bene che non è così, tu hai solo paura di disonorare la memoria di qualcuno che marcisce sottoterra,sei prigioniera di un mondo ipocrita che non verifica nemmeno quello in cui sostiene di credere.” si rigira fra le mani il pugnale, è un’immagine terrificante e seducente allo stesso tempo.
“Resta il fatto che io non posso e non voglio pagare il prezzo che tu mi chiedi, il mio cuore è già in pegno a qualcuno” ribatte facendo per andarsene.
“E tu menti”.
“Mia cara bambolina, è qui che ti sbagli” risponde il mostro malvagiamente.
“Lasciami in pace!” ordinò chiudendosi la porta scorrevole alle spalle e correndo via spaventata per rifugiarsi nel bagno.
L’aveva bloccata di nuovo contro la parete del corridoio.
Mika ha il fiato corto per la corsa e il fianco sinistro che le pulsa dolorosamente per lo sforzo.
Si stanno fissando negli occhi, ormai la giovane donna ha perso ogni paura se non quella della morte, che poteva benissimo giungere per uno scatto d’ira della sua aguzzina personale. 
Respira profondamente prima di riprendere la parola, con il viso bagnato sia dalle lacrime che dal sudore: “Non la smetterai mai di torturarmi,vero?”
La pronuncia è incerta, il colore del suo volto oscilla fra il paonazzo e il bianco.
Le labbra rosse, carnose, ben pittate della demonessa le lambiscono fugacemente il lobo dell’orecchio: “Forse” commenta solo per poi imboccare un corridoio sulla sua destra.
“Le bugie non sono un dolce veleno, sulle labbra di una donna?”

Il Sopravvissuto

La creatura che hai al fianco è mia.
Io l’ho creata.
Io le ho voluto bene da sempre,
prima di te e più di te.

Non volevo vederla costretta in un letto, vestita solo di una camiciola di carta, con la rimembranza di tutta la vitalità e l’energia che le bruciavano dentro, qualità che rischiavano di diventare solo un lontano ricordo quasi dimenticato.
Ma, naturalmente, questa era solo la bugia che raccontavo agli altri quando mi chiedevano: “Andrea, perché non vai mai a trovare Nadia?”. La menzogna, contorno di un piatto a base di egoismo, con la quale giustificavo l’averla abbandonata.
La verità era che ero io ad avere paura. Ero io a non essere abbastanza forte da starle accanto. Avevo il terrore, sì, il terrore folle di sentirla pronunciare quel fatidico “e se”.
Nadia aveva sempre avuto una tenacia, un attaccamento alla vita, che io non avrei mai avuto nella sua posizione. Ma era anche un essere umano, e come tale aveva tutto il diritto di terrorizzarsi davanti ad un referto medico che portava solo cattive notizie. Aveva tutte le ragioni di guardarmi con quei suoi occhi grandi, azzurri e pieni di sgomento, quando aveva sentito sentito pronunciare le parole: “tumore epiterale allo stadio 3c”.
Aveva il diritto di farlo perché si supponeva che fossi io la sua ancora di salvezza. Io ero il suo ragazzo. Io avrei dovuto starle accanto.
Però non l’ho fatto.
L’idea che lei potesse soccombere alla malattia non mi sfiorava nemmeno. Perché noi ci amavamo, e tanto, e dovevamo completare gli studi per poter andare a vivere assieme, per essere felici.
E tra una decina d’anni, avremmo riso pensando allo spavento che ci eravamo presi.
Dal punto di vista di chi ha visto troppe persone morire, che si era documentata, che sapeva cosa voleva dire quando il cancro raggiungeva i linfonodi, quel mio comportamento era visto come gretto e meschino. E lo era.
Ero un maledetto egoista, e anche un codardo. Lei aveva iniziato a dirmi: “Se non dovessi farcela…” e io ero scappato. Mi ero rifiutato assolutamente di affrontare quella prospettiva tutt’altro che assurda, un futuro che io avrei dovuto affrontare da solo.
Me ne andai e mi rintanai a casa mia. Per giorni, settimane, mesi, non feci altro che posticipare il momento in cui sarei tornato da Nadia, strisciante, e l’avrei vista senza capelli, o senza forze, o senza vita.

Ma non puoi limitarti a godere del fascino.
Devi impegnarti a rispondere
ai suoi bisogni, ai suoi desideri.

Il cancro ti cambia totalmente, anche se non sei tu ad averlo. Vedi tutto più cupo. Le preoccupazioni che avevi prima ti sembrano stupide e futili. Non c’è più il tempo per le risate. Ogni momento deve essere dedicato alla cura della malattia.
Facevo queste considerazioni mentre ero in camera mia, sveglio nonostante l’ora tarda, ad ascoltare il silenzio. C’è un problema, con i letti e con le notti insonni: hanno la capacità di tirare fuori il peggio dai meandri della tua mente. Ti costringono ad affrontarti, in completa solitudine. Non c’è nessuno che ti salvi da te stesso, quando tutti dormono e tu sei tenuto ben sveglio daqualcosa.
Il mio qualcosa era il senso di colpa: erano già due mesi che non vedevo Nadia. Mi aveva mandato un sms quel pomeriggio, chiedendomi se per favore, per favore, potevo passare dall’ospedale; un messaggio al quale avevo risposto con l’ennesima bugia, dicendo che dovevo studiare per un esame.
Il viso di Nadia e la sua voce – una voce che si era fatta sempre più debole con l’avanzare della malattia – continuavano ad attraversarmi la mente.
Ripensai al giorno in cui scoprimmo del suo tumore. Era andata dal dottore per un banalissimo esame ginecologico, e due ore dopo si era presentata a casa mia, pallida come la morte e tremante come una foglia in autunno.
«Cos’è successo?» le avevo chiesto, e lei aveva scosso la testa e si era gettata in lacrime tra le mie braccia. Da allora era stato tutto un eterno entrare ed uscire dagli ospedali, una lotta infinita contro qualcosa di più grande di noi, una guerra che difficilmente avremmo vinto.
E come avremmo potuto? Stavamo combattendo qualcosa di estremamente radicato all’interno del corpo di Nadia, qualcosa che stava succhiando via tutta la vita dal suo corpo.
«Non potete semplicemente rimuoverlo?» avevo chiesto alla dottoressa, che mi aveva guardato stralunata: già era un’enorme concessione il fatto che io fossi lì, figuriamoci se potevo permettermi di lasciare che certe stupidaggini mi uscissero di bocca.
«Purtroppo non è così semplice. Forse non sono riuscita a spiegarmi bene: la signorina Caputo, qui, ha un tumore avanzato al terzo grado. Significa che i suoi linfonodi sono compromessi, e… purtroppo non c’è quasi nulla che possiamo fare. Cercheremo di salvare il salvabile, poi faremo un ciclo di chemio, nella speranza che il tumore regredisca».
Nadia mi aveva guardato, con i suoi occhi grandi e azzurri e spaventati. Della persona che era prima di quella diagnosi non era rimasto quasi più nulla. Tutto il coraggio, la forza, la tenacia, l’allegria erano defluiti dal suo corpo, sostituiti da una pallida rassegnazione. Annuì.
Dovevo essere io la sua spada e il suo scudo.
Le stetti accanto nell’interminabile attesa prima dell’intervento.
Le tenni la mano quando ne uscì fuori, distrutta e completamente priva di forze.
La rincuorai quando la chemio le fece cominciare a perdere i capelli.
Ero al suo capezzale durante la lunga convalescenza.
Le raccontavo di come saremmo stati felici, di come il superamento della malattia ci avrebbe uniti ancora di più. Le descrivevo come sarebbe stata la nostra casa, quanti figli avremmo avuto e come si sarebbero chiamati, progettai la nostra vita insieme.
E dopo tutto questo, lei iniziò a parlarmi di morte.
E lì, lo confesso, ero crollato.
Le avevo detto che non ci doveva neppure pensare, che era un’egoista, una vigliacca, ed ero andato via. Tutto solo per non ammettere che anch’io avevo una dannata paura che lei morisse lì, da sola, in un letto d’ospedale. Volevo correre via, il più lontano possibile, per non vedere, non sentire, non sapere.
Eppure chiamavo quattro volte al giorno e le mandavo sms continuamente, perché quello era il ruolo che ci si aspettava che ricoprissi. Solo che ma non era la stessa cosa, non bastava.
Ovviamente non bastava.
E, nel profondo di me stesso, sapevo che non ero così prodigo d’attenzioni per lei, ma per me stesso: per liberarmi la coscienza da quella voce fastidiosa che mi ripeteva senza sosta “fai schifo”.

Ha bisogno di serenità e gioia,
d’affetto e di tenerezza,
di piacere e di divertimento,
di accoglienza e di dialogo,
di rapporti umani, di soddisfazioni nel lavoro,
e di tante altre cose. 

Alla fine, mi addormentai. Sognai del mio primo bacio con Nadia. Del suo sorriso, candido e radioso, quando per la prima volta le dissi che l’amavo. Dell’espressione timida e felice al contempo che aveva quando mi disse che mi amava anche lei. Del suo profumo, dolce e vellutato, quando la portai a cena a casa mia.
Sognai le nostre mani intrecciate, che si accarezzavano dolcemente dopo la nostra prima notte insieme. Di quella volta che la rincorsi sotto la pioggia dopo aver litigato, solo per chiederle scusa e abbracciarla stretta. Delle sue lacrime, il giorno che vide un vecchio barbone per strada e si commosse al punto da allungargli dieci euro. Sognai di quando il mio cane scappò di casa e lei lo cercò per due giorni, fino a riportarmelo. Della sua voce, forte e limpida, quando partendo in treno si sporse dal finestrino per urlarmi che mi amava. Delle nostre interminabili chiacchierate al telefono.
E della sua composta dignità, del suo pianto senza rumore, quando ero uscito dalla stanza dell’ospedale e le avevo detto freddamente: “ci vediamo”.
Questa era lei.
La lei che avevo dimenticato, che avevo scelto di dimenticare.

La ameremo insieme.
Io la amo da sempre.
Tu hai cominciato ad amarla da qualche anno,
da quando vi siete innamorati. 

Quando, qualche ora dopo, mi svegliai di colpo, realizzai che avevo solo perso tempo. Quella mia maledetta presa di posizione contro un problema che in realtà non esisteva mi aveva impedito di vivere altri momenti indimenticabili con Nadia, momenti che avremmo potuto passare facendoci forza a vicenda, anziché separati.
Mi vestii e corsi all’ospedale più in fretta che potei, fermandomi solo per comprare un vassoio di pasticcini e un mazzo di camelie, i suoi fiori preferiti.
Superai la reception e mi diressi alla camera che occupava da circa un anno. Salii le scale col cuore che mi martellava in petto, mentre mi rendevo conto solo in quel momento di quanto avessi atteso di rivederla, quanto mi era mancata ogni cosa di lei.
La porta era chiusa. Chissà che faccia avrebbe fatto quando mi avesse visto entrare, quanto sarebbe stata felice! Aprii la porta, solo per trovarmi di fronte a un letto vuoto e a un’infermiera che stava cambiando le lenzuola.
Sentii il mio sorriso sciogliersi sul volto come cera al sole, il sangue gelare nelle vene, mentre il seme della paura germogliava in me. Mi avvicinai alla donna e le chiesi:
«Dov’è Nadia Caputo?»
«Chi?»
«Nadia Caputo. La ragazza che stava in questa stanza»
«Oh» esclamò lei, cambiando espressione «Oh, caro, non te l’hanno detto? Lei non… non è più tra noi. Se n’è andata… ieri notte».

Non ebbi neppure bisogno di chiederle di spiegarsi meglio.
Avevo già capito.

Anzi Io ti rendo capace di amarla “da Dio”,
regalandoti un supplemento di amore
che trasforma il tuo amore di creatura

e lo rende simile al mio.

Mi sentii come se tutto il mondo mi fosse crollato addosso. Come se tutta la felicità mi fosse stata succhiata via.
L’avevo persa.
L’avevo persa per sempre.
E tutto ciò che mi restava erano un mazzo di fiori e una dozzina di paste.
Tutto ciò che volevo fare era gettarmi a terra, e urlare, e prendere a pugni il mondo, il mondo crudele che me l’aveva strappata dalle braccia ancor prima che potessi amarla pienamente.
Più di ogni altra cosa, odiavo me stesso, per aver gettato via inutilmente quel tempo che avremo potuto trascorrere insieme.
Iniziai a piangere a dirotto, come un bambino, e l’infermiera mi mise una mano sulla spalla.
«Mi dispiace, caro… mi dispiace davvero. La sua famiglia aveva già avvertito tutti ieri notte e… Condoglianze. Era una ragazza bella e forte, e mancherà a tutti». Mi allungò un foglio, ripiegato più e più volte.
«Sei Andrea, vero? Tieni, ha lasciato questa per te».
Presi il foglio. Era una lettera, scritta dal pugno di Nadia.

Caro Andrea, diceva, se stai leggendo questa lettera, probabilmente sono morta.
So come ti senti in questo momento. So che hai paura. Ma non devi averne, amore mio, perché io sarò sempre al tuo fianco. Continuerò a vivere in tutti i nostri ricordi, che continueranno ad esistere dentro di te. So che non è molto, ma è tutto ciò che posso darti.
Ho sperato tanto che tu entrassi da quella porta, Andrea. Con tutto il mio cuore. Avrei voluto averti al mio fianco. Mi sei mancato tantissimo, ma non devi sentirti in colpa. Mai, nemmeno per un istante.
Sappi che sei stato l’unico ragazzo che ho mai amato, l’unico col quale avrei voluto invecchiare. Sappi anche che sono stata felice con te, davvero. Durante la mia lunga degenza, eri tu a darmi forza e speranza per il domani. Ho combattuto per te, per noi. Tu mi hai sempre dato il coraggio che mi mancava, e per questo ti ringrazio.
Nonostante tutto, non ho rimpianti. Sento di aver fatto tutto il possibile per il nostro amore. Mi sono sforzata di essere un bel ricordo per te, e mi auguro di esserci riuscita.
Va avanti, anche se ciò richiederà tempo.
Sii felice. Vivi anche per me.
Spero di sopravvivere a questo ultimo intervento, e che tu possa non leggere mai questa lettera. Voglio amarti ancora, e trascorrere tanti altri meravigliosi anni con te.
Ti amo tantissimo.
Tua ora e per sempre,
Nadia.

E così, questo è ciò che ho imparato.
Ho imparato che non bisogna dare per scontato neanche un momento. Ho imparato che bisogna essere forti anche quando non si è più in grado di esserlo. Ho capito l’importanza e la bellezza di ogni singolo giorno. Ho capito che la paura di perdere – nella vita, in amore – non deve condizionare il nostro modo di vivere e amare.
Ma soprattutto, ho capito cosa resta alla fine della guerra.
C’è chi torna a casa vittorioso, con qualche cicatrice e una nuova prospettiva esistenziale. A loro, una medaglia al coraggio.
C’è chi ne esce sconfitto. Il che è già di per sé una vittoria, una forma di liberazione dal dolore. A loro, una medaglia al valore.
Ma non c’è gloria per quelli che restano. Non ci sono medaglie, né onori, né consolazioni per coloro che vedono i propri cari andarsene per non tornare mai più.
Abbiamo due scelte: soccombere e morire; o raccattare i pezzi della nostra vita distrutta e cercare di andare avanti. Questa è la cosa più difficile. Riuscire ad amare di nuovo la vita, anche dopo che questa ti prende a pugni in faccia e ti porta via tutto ciò a cui tieni di più. Trovare una ragione per continuare a restare in questo pazzo, orribile mondo.
Ho imparato sulla mia pelle che la cosa più difficile è sopravvivere.

Io sarò sempre con voi
e farò di voi
strumenti del mio amore e della mia tenerezza:
continuerò ad amarvi
attraverso i vostri gesti d’amore”

«Sono brutta» mi dice Nadia toccandosi la testa, pelata a causa della chemio.
«Non è vero» rispondo io «Sei bellissima»
«Lo dici solo perché mi ami»
«Lo dico perché è vero».
Mi sorride dolcemente. Le sorrido la stringo. Le dico che la amo.
A distanza di molti anni, ripenso ancora a quel giorno. E ho un unico rimpianto: se avessi saputo che quello sarebbe stato il nostro ultimo abbraccio, l’avrei stretta più forte.

NdA – Un matrimonio, il caldo, un ragazzo che piange. E metto su questa fic.
Gli estratti non provengono da una canzone, bensì da una “poesia” che gli sposi avevano scelto per commemorare la loro unione e che è riuscita a commuovermi. Si chiama “Il dono di nozze da parte di Dio”, e sebbene io sia agnostica l’ho trovata davvero intensa.
Spero che abbiate gradito.
-D

Agosto

DISCLAIMER: One Shot ispirata alla canzone “Agosto” dei Perturbazione. Ha partecipato al concorso “Una storia per l’estate”.
La citazione che apre il racconto appartiene alla canzone “Agosto” ed è di proprietà dei Perturbazione e di chiunque ne detenga i diritti. Nessuna violazione si dà intesa.

Il testo della storia appartiene a me. Si diffida dall’appropriarsene

 

Se non è vero che hai paura

non è vero che ti senti solo

non è vero che fa freddo,

allora, perchè tremi

in questo Agosto?

 

Quanta vita dovrà passare ancora prima che possa scordarti?

Una zanzara entra dalla finestra, la sento ma non la vedo, finché non si posa sul mio braccio e inizia a succhiare. La lascio fare, non me ne importa nulla del ponfo che mi lascerà. Qualunque cosa, anche il prurito, è meglio di questo immenso vuoto che sento nel cuore e nell’anima.

Tutti mi dicono che devo tirarmi su di morale, che devo smettere di soffrire, che passerà… So che dovrei essere forte, ma non ci riesco. Quando mi guardo intorno, c’è solo silenzio.

Una sveglia suona da qualche parte nell’appartamento affianco. I muri sono troppo sottili, tu me lo hai sempre detto. Sono ore che va avanti… evidentemente gli inquilini sono andati in vacanza e se la sono scordata accesa. Prima o poi si scaricheranno le pile e allora tacerà. Le mie sono già scariche…

Chiudo gli occhi e riesco quasi a vederli: lei con il costume che corre fuori dall’acqua azzurra di un mare tropicale e lui che l’attende con un asciugamano in mano, sorridente, pronto ad accoglierla e a proteggerla.

Scaccio l’immagine. È troppo sdolcinata persino per me… Tu ne avresti riso. Io e te non siamo mai stati una coppia da Baci Perugina. Dicevi che le tenerezze ti facevano venire il diabete…

Riapro gli occhi e mi volto su un fianco. Passo la mano su quello che una volta era il tuo posto.

La tua assenza è tangibile… Mi addormento così.

***

Mi sveglio perché la zanzara ora vola vicino al mio orecchio, sembra soddisfatta dopo aver pasteggiato con i miei fluidi… la schiaccio e la mano si sporca del mio stesso sangue. Lo guardo indifferente e pulisco il palmo della mano sulle lenzuola.

Che mi importa, non sarò io a fare il prossimo bucato.

Mi alzo un po’ barcollante. La presenza di alcune bottiglie vuote sul pavimento mi ricorda che ho bevuto. Ho bevuto tanto. Frugo negli armadietti alla ricerca di qualcosa, qualunque cosa che mi permetta di scongiurare il mal di testa e tornare nel mio mondo ovattato e alcolico. Apro il frigo, quasi vuoto, e sul fondo scovo una bottiglia di vodka alla pesca. L’hai comprata tu, pensando a quanto mi piacciono i drink dolci.

Vorrei quasi lasciarla lì, come una reliquia. L’unica cosa che rimane della nostra fiaba.

Faccio una smorfia e la prendo.

Mi siedo sulla poltrona, la stappo e bevo il primo sorso. È dolce, forse troppo anche per i miei gusti, ma è fredda al punto giusto e scende in gola piacevolmente.

Alzo la bottiglia in un brindisi muto. Brindo a noi, alla fine della nostra storia, ai tiepidi resti della mia vita.

***

Devo essermi appisolata… L’orologio a muro segna le 3.00 del mattino. Fa terribilmente caldo. Mi passo la bottiglia sulla fronte, cercando un po’ di refrigerio, ma ormai anche il vetro si è scaldato e non lascia che una scia umida sulla mia pelle.

So di cosa avrei bisogno: un bel caffè forte, di lavarmi i capelli, farmi un bagno e mettermi dei vestiti puliti.

Non ne ho voglia. Vorrei solo addormentarmi, chiudermi in un bozzolo buio e silenzioso, come fanno i bruchi prima di diventare farfalle. Chissà se un giorno quando uscirò dal mio bozzolo mi troverò vestita di nuovi colori? Ma penso di no. Non credo che uscirò da questa situazione… il punto è che sono stanca, sono tanto stanca.

Fa così caldo… Mi alzo e vado al bagno. Mi tolgo la tunica colorata e mi butto sotto l’acqua ghiacciata della doccia. Te la ricordi? L’abbiamo comprata insieme qualche estate fa, in Egitto. Me l’hai regalata tu… mi piaceva tanto e così me l’hai presa. Un altro ricordo, l’ennesimo. Mi fa male vederla, ma al tempo stesso mi è di conforto.

L’acqua ghiacciata mi ha tolto un po’ di torpore. La mia pelle surriscaldata si arrossa e mi viene la pelle d’oca, ma va bene. Se sento il freddo significa che sono viva. Anche la mia mente sembra risvegliarsi. Sono due settimane che mi lascio vivere. Forse ora è arrivato il momento di prendere una decisione.

***

«Chi è?» la tua voce assonnata e abbastanza scocciata mi risponde. Il mio cuore fa una capriola… poi mi ricordo che cosa è successo e risprofonda negli abissi del mio animo.

«Sai, dall’altra parte del mondo adesso è inverno»

Mi risponde solo il silenzio «Ci sei ancora?»

«Che cosa vuoi?»

«Chissà come deve essere trascorrere ferragosto sulla neve… te lo immagini? Al posto dei gavettoni in spiaggia, la battaglia a palle di neve!» le parole mi escono come un fiume in piena, non riesco a fermarle.

Sento che sospiri «Sei ubriaca vero? Senti, sono le 4 del mattino, mettiti nel letto e lasciami in pace.» il tuo tono è secco. Definitivo.

Stai per riattaccare «No aspetta, ti prego! Scusa se ti disturbo, ma avevo davvero bisogno di sentire ancora la tua voce. Un’ultima volta, un’ultima chiacchierata, poi non ti disturberò più, lo prometto!».

Riesco quasi a vederti mentre ti sfreghi gli occhi e ti metti a sedere sul letto, i capelli scompigliati.

Quando credo che tu abbia ormai chiuso la comunicazione sento la tua voce «D’accordo, va bene. Parla.»

«Non riesco ad immaginare un’estate con la neve… per me estate vuol dire calore, spiaggia, mare… Ti ricordi le nostre estati al mare? Bambini obesi che mangiano panini imbottiti, mamme che strillano, coppiette che passeggiano mano nella mano… Noi non lo abbiamo mai fatto, a te non piaceva. Passavi il tempo seduto sulla sdraio a leggere i tuoi libri o a trafficare col tuo dannato computer. Poi quando ti stufavi, ti buttavi in acqua e facevi delle lunghe nuotate in solitaria. E io rimanevo lì ad aspettarti… Mi sentivo un po’ come Penelope, che buffo!» passeggio avanti e indietro, godendomi il venticello «e la sera andavamo a mangiare in quel posto che ti piaceva tanto, quel piccolo ristorante di pesce vicino al porto… te lo ricordi il ristorante vicino al porto?»

«Sì, me lo ricordo.» fai una pausa, sento che cambi di mano la cornetta «senti, perché adesso non vai a dormire? Una bella dormita. Sono certo che domani starai meglio»

«Perché io e te non abbiamo mai passeggiato mano nella mano? Perché non siamo stati come tutte le altre coppie?»

«Non lo so Marta, non lo so. È tardi…»

«Sai, anche se non te l’ho mai detto mi sarebbe piaciuto passeggiare con te in riva al mare… so che lo trovi stupido, ma mi sarebbe piaciuto davvero, per una volta, fare ciò che facevano tutti. Non voglio recriminare, non rimpiango nulla delle nostre estati insieme. Sono state piacevoli, a modo loro… » prendo fiato «L’estate che ricordo con più piacere è quella in Sicilia. Ti ricordi com’era bella Erice? O l’Isulidda… tu dicevi che quel mare lì non aveva nulla da invidiare a quello dei Caraibi. Avevamo anche trovato quel posto in cui facevano la pasta con i ricci. Com’era buona!»

«Mi hai chiamato solo per raccontarmi della pasta con i ricci?»

«Quest’estate è diversa. Quest’estate la passerò da sola… O forse non la passerò proprio, chissà!» rido. Non so perché sto ridendo, ma lo faccio.

«Tu stai male Marta, non sei in te. Dovresti farti aiutare…» sempre il solito razionale! Non cambierai mai…

Te lo dico «Sei sempre il solito Paolo razionale… sei fatto così, per te è impossibile lasciarti andare ai sentimenti. Sei sempre controllato, posato… Forse è per questo che non hai passeggiato con me. Ma in fondo è anche un po’ colpa mia: non ti ho mai chiesto gesta romantiche…» respiro a pieni polmoni l’aria.

«Comunque hai ragione. Io sto male. Agosto per me è diventato il mese più freddo dell’anno. È come se il ghiaccio avesse ricoperto ogni cosa. Gli oggetti, la casa, il mio cuore… penso che anche i morti congelerebbero. È come se all’improvviso fossi stata teletrasportata nell’altro emisfero, quello in cui Agosto lo chiamano inverno.» Un’altra pausa, un altro sguardo. Mi siedo e lascio penzolare i piedi.

«Ha fatto tanto caldo oggi… persino le zanzare sono pigre con quest’afa. Ma ora non fa più tanto caldo. Quassù c’è un’arietta molto piacevole»

«Aspetta… Quassù?» adesso è il tuo cuore a essere piombato nel gelo. Non dovrebbe essere un problema, il tuo cuore è sempre stato di ghiaccio «Marta, dove sei?»

«Sono sulla terrazza del mio palazzo. Avevo bisogno di prendere aria… è così bello… da quassù vedo tutta la città, da qualche parte c’è anche casa tua. È come se fossimo più vicini!»

«Marta, cosa vuoi fare?» hai letto da qualche parte che quando una persona perde il controllo, per farglielo riacquistare può essere utile chiamarla per nome. È quello che stai facendo tu ora. Ciò che non sai è che io non sono fuori di me. A dire il vero, non sono mai stata così presente come ora…

«Stavo pensando che sono stanca. Ho passato tante estati a fare ciò che volevi tu. Quest’estate voglio fare a modo mio. E così ho deciso di fare un passo oltre questo cornicione. La verità Paolo è che io non ce la faccio…»

«Non ce la fai a fare cosa?» sei concitato, sento dei rumori. Ti stai vestendo? Forse… l’unica cosa che so è che anche se verrai da me, non sarai con me.

«Non ce la faccio ad andare avanti.»

«Marta, anche se non ci amiamo più, non puoi bloccarti così, devi trovare il modo di proseguire!»

«Sei tu, che non mi ami più, non io!» non volevo farlo e invece sto gridando. Chiudo gli occhi e inspiro «Non è passato nulla per me, per me siamo ancora fermi alla spiaggia dell’Isulidda. Sono ancora su quella maledetta sdraio ad aspettarti!»

«Allora aspetta, va bene? Torna dentro e aspetta ancora dieci minuti, al massimo un quarto d’ora. Io sto arrivando»

«Non voglio andare dentro, voglio stare qua, è più fresco» oddio, sto facendo i capricci come una bambina! Tra un po’ ti chiederò di portarmi paletta e secchiello e di comprarmi il gelato!

«Allora aspetta fuori, ma aspetta, ti prego! Non fare cavolate, te lo chiedo per favore!»

«Mi porti il gelato?» non ci posso credere, te l’ho chiesto davvero?

«sì, va bene, te lo porto. Aspettami lì, dieci minuti.» chiudi bruscamente la chiamata. Stai guidando e non puoi parlare al telefono se guidi. Regola base.

Guardo l’orologio. Sono le 4.30. Alle 4.40 sarai qui. Io nel frattempo mi godo il vento, lasciando che mi accarezzi la pelle seminuda. Mi sono messa solo una leggera camicia. È come se questa notte ogni cosa fosse di troppo, non riesco a sopportare altro. Però l’orologio l’ho messo, quello sì. Ennesimo ricordo di un’estate insieme. Questa volta la Tunisia. Mi viene da ridere… cambiano le spiagge ma la scena è sempre quella! Io che aspetto, tu che leggi. Io che aspetto, tu che nuoti. Estati su estati trascorse ad aspettare!

Avrei dovuto dire “basta” ma non l’ho fatto. Come una stupida son sempre stata lì in attesa di un tuo gesto, una tua attenzione. Come se tu fossi un dio e io il tuo adorante fedele.

E sai qual è la cosa buffa? Che sto aspettando anche adesso!

Le 4.38. Dieci minuti, hai detto. E dieci minuti saranno. Avrai anche tanti difetti, ma sei uno preciso. Se dici una cosa, poi la rispetti.

Sento il cuore battere, il vento sulla faccia.

Tra poco la tua macchia sbucherà dietro quell’angolo. Eccola la vedo. Ti fermi a metà carreggiata. Devo averti proprio spaventato. Tu di solito sei così preciso nei parcheggi!

Ma sei venuto. È vero, io e te non stiamo più insieme, ma forse possiamo parlarne. Appianare le divergenze, far funzionare le cose…

Forse mi sto illudendo… Ma se sei venuto, vuol dire che forse mi vuoi ancora un po’ di bene. Tra pochi istanti rientrerò. Tu suonerai il citofono, qualcuno dovrà pur aprire. Non può certo farlo il pesce rosso!

Ti vedo che scendi dall’auto e guardi verso l’alto. Mi cerchi. Devi avermi vista perché ti fermi un istante e ti porti una mano al petto, come un gesto di sollievo.

Attraversi la strada. Rimetto i piedi al di qua della ringhiera, verso il pavimento del terrazzo.

Ma… aspetta… perché non guardi mentre attraversi?

No, no, è sbagliato! Questa strada è sempre trafficata, è pericoloso attraversare così!

Mi sporgo per avvertirti di stare attento.

Le luci.

Uno schianto.

Promised Land – Capitolo 2 [CRISIS]

2.

CRISIS

Mi svegliai nel mio letto, una patina fredda a ricoprire la pelle e a farmi rabbrividire fino alle ossa. Tremando, mi passai le mani sul viso, cercando di convincermi di essere sveglio, sveglio, sveglio: avevo fatto di nuovo quel sogno. Sospirai, mentre l’incubo mi gravava ancora addosso, e mi portai una mano ai capelli, una criniera castana difficilmente domabile. Nel farlo, osservai la mia mano destra e mossi lievemente il mignolo, piegandolo ad uncino, nel fantasma di una promessa che non avevo mai mantenuto.
Erano passati dieci anni da quel giorno giù nel vecchio Mediterraneo, eppure il ricordo di Dylan riusciva ancora a turbarmi e a sgattaiolare dentro i miei sogni, facendomi sussultare ad ogni risveglio. Sapevo che era il senso di colpa a farmi vedere il mio fratellino ogni notte, perché avevo prorogato fino all’inimmaginabile il momento in cui sarei dovuto andare là fuori e salvarlo dalle grinfie dell’ARCH.
Non che avessi un piano: non sapevo neppure dove lo tenevano prigioniero, ammesso che fosse ancora vivo. Le spie di Goliath avevano frugato negli archivi di Gibilterra, ma non avevano trovato niente che potesse indicare la cattura di Dylan, o la sua esistenza. Per rassicurarmi, il vecchio aveva aggiunto che i Ner non venivano uccisi, non volontariamente almeno, ma che venivano tenuti prigionieri negli antichi campi di concentramento nazisti, oppure nel deserto di ghiaccio siberiano, sotto il giogo impietoso dell’invero perenne.
Più volte avevo proposto a Goliath di infiltrarci in Europa e assaltare qualche lager, per rimpolpare le nostre fila di Ner alleati e per permettermi di indagare su Dylan. Ma avevamo il fiato dell’ARCH sul collo: dovevamo salvaguardare i nostri confini, boicottare le forze militari avversarie, sedare le rivolte interne, e tenere al bada i fuorilegge che minacciavano costantemente i nostri possedimenti. In una guerra su più fronti non c’era il tempo di pensare ad un ragazzino fantasma. Tanto meno era immaginabile che io, il più promettente tra gli ufficiali di Goliath, potessi essere mandato nella sperduta Europa, così lontano dal fronte, dove c’era bisogno di me.
In dieci anni avevo visto arrivare centinaia di profughi dall’Europa, persone che, come me e Dylan quando eravamo piccoli, inseguivano il miraggio di un’Africa libera e priva di guerre. Gente che portava notizie di un’Europa povera e affamata, di epidemie e di accenni di rivolta, di virus letali e di episodi cruenti al limite dell’umano. E mai nessuno che ricordasse un bambino, ormai un giovane uomo, dagli occhi verde lime, con una forte dipendenza da bibite gassate.
«Tranquillo, tigre!» mi aveva detto Goliath nel vedere la mia faccia distrutta dopo l’ennesimo no «Se tuo fratello è in gamba come mi hai raccontato, di certo ha trovato un modo per sopravvivere, là dentro».
Ma non potevo fare a meno di sentirmi in colpa, nonostante sapessi che non era per una mia mancanza se non ero ancora andato a prendere Dylan. Distolsi la mia mente da quei pensieri, cercando con tutto me stesso di pensare al presente: tutt’intorno a me si sentivano i rumori della città di Agadez che si svegliava, e nella mia stessa casa vi era un calpestio continuo di piedi frettolosi.
Mi tirai su a sedere, massaggiandomi le tempie per scacciare gli ultimi rimasugli dell’incubo che era un ricordo, e con quel movimento scoprii involontariamente il corpo della giovane donna che mi stava accanto. Per tutta risposta lei si stiracchiò languidamente, voltandosi verso di me e sorridendomi con aria maliziosa.
«Buongiorno, Occhi In Fiamme», mormorò, chiamandomi col soprannome con il quale ero conosciuto tra i Sovversivi.
Mi voltai a guardarla, senza ricambiare né il sorriso né il saluto. Aveva i capelli rossi, gli occhi verdi e un viso liscio e fresco ricoperto di lentiggini. Questo, e le curve abbondanti del suo corpo serico, mi ricordò come mai la notte prima le avessi proposto di dividere il letto con me; quel che non ricordavo affatto, invece, era il suo nome.
La donna dal nome ignoto si inginocchiò dietro di me e iniziò ad accarezzare la pelle del mio petto nudo, mentre le sue labbra mi sfiorarono il lobo dell’orecchio.
«Potremo riprodurre le… focose gesta della scorsa notte» sussurrò seducente «Che ne dici?».
Trattenni uno sbuffo. In altre circostanze avrei accettato sicuramente. Ma non quella mattina.
«Scusa» dissi, decidendo che il modo migliore per togliermela di torno in fretta era dirle quanto stavo per dirle «Non ricordo il tuo nome. Era Ana o Anabeau?».
Lei sembrò sconcertata nell’apprendere che, nonostante la sua bellezza rara, non era riuscita a colpirmi abbastanza da farmi ricordare come si chiamava. Quel che non sapeva era che condividevo il letto con più donne di quante ne potessi contare, e ricordare i nomi di tutti era un’impresa che mi risultava difficile, noiosa e priva di scopo.
«Arabelle!» esclamò, sorpresa e indignata «Mi chiamo Arabelle, non ricordi, Occhi In Fiamme? Lavoro alla Locanda dello Scorpione! Servo sempre da bere a te e al tuo amico Lenz.»
«Oh. Arabelle. Giusto» risposi con fare distaccato, e mi voltai dall’altra parte.
Arabelle sembrò capire come stavano le cose. La sentii soffocare un singhiozzo, mentre raccattava le sue cose in giro per la stanza. Quando fu completamente vestita, aprì la porta e fece per andarsene, ma all’ultimo istante parve ripensarci; si girò a guardarmi e, livida di rabbia, disse:
«Sei un grandissimo stronzo!».
Dopodiché sbatté la porta con una forza inimmaginabile per quel corpicino esile, e mi lasciò solo nella stanza.
«Lo so» sussurrai al tetto e alle lenzuola «Lo so».

Mezz’ora dopo, lavato e vestito, uscii dalla mia stanza, con l’intento di uscire di casa e sgranchirmi le gambe facendo una passeggiata per la città, ma fui intercettato da Ayo, la mia governante keniota, l’unica donna fissa della mia vita e sicuramente l’unica che temessi.
«Andare a spasso per il Sahara ti ha per caso fritto i neuroni, Declan?» mi sgridò, dall’alto del suo metro e cinquanta «Rispettare i sentimenti delle donne ècosì difficile per il brutale soldatino?»
«Buongiorno anche a te, Ayo» dissi, in risposta al suo sarcasmo «Gentilissima, come sempre. Ci vediamo più tardi, vado a fare una passeggiata»
«Eh no, signorino, tu non vai da nessuna parte se prima non sarò certa che non ti comporterai più come il bastardo che stai diventando» sbraitò, brandendo con un cucchiaio con fare minaccioso e facendomi indietreggiare fino al tavolo della cucina «E finché non farai colazione, ovvio!».
Detto questo, mi sbatté sotto al naso una focaccia di pane azzimo ricoperta di miele ed un bicchiere di latte di capra appena munto. Sorrisi tra me e me e iniziai a mangiare, badando solo in parte alla ramanzina impietosa di Ayo. All’epoca aveva trentasette anni, e la sua bellezza stava iniziando a sfiorire: il sole nocivo e la vita dura che conducevamo ad Agadez facevano appassire presto le nostre donne. Indossava due khanga alla maniera tradizionale swahili: uno, blu e bianco, avvolto intorno alle spalle; l’altro, giallo e nero, attorno alla vita. I colori degli indumenti risaltavano splendidamente sulla pelle color mogano, e rappresentavano l’unica macchia di colore all’interno della stanza. Gli occhi scuri brillavano della solita luce, come sempre quando s’infervorava.
«Ti è mai venuto in mente che potresti anche fermarti, qualche volta?» stava dicendo quando finii di consumare il mio pasto «Trovare una donna con cui condividere non solo il letto, ma l’intera tua vita, e smetterla di camminare su un tappeto di cuori infranti?».
«Ayo, anima pia» risposi «Questo non accadrà mai, rassegnati»
«Ma perché…?» iniziò, ma non la lasciai finire.
«Perché mi diverto troppo» dissi, strizzando l’occhio e pizzicandole la punta del naso «E poi, un po’ di sesso è il minimo che possano darmi, dopo tutto quello che faccio per loro al fronte!».
Le guance scure di Ayo si gonfiarono per l’esasperazione, ma le sue labbra tumide fremettero in quello che era il segno più evidente del suo divertimento, e la cosa non mi sfuggì. Ammiccai e lei mi minacciò nuovamente con il cucchiaio, facendo finta di lanciarmelo addosso.
Stavamo ancora ridendo, quando sentimmo bussare alla porta.
Ayo reagì immediatamente, alzandosi dalla sedia e ricomponendo i corti capelli neri in un solo gesto. Andò all’uscio, e sentii un fitto scambio di battute a mezza voce prima di vederla tornare.
«Goliath ti sta cercando» disse «Devi presentarti davanti a lui al più presto. Pare sia successo qualcosa di grave».
Scattai subito in piedi e salutai la guardia tuareg che era venuta a portarmi il messaggio. Col viso coperto dalla tagelmust non ero in grado di dire se lo conoscessi o meno, ma sicuramente lui aveva sentito parlare di me, o mi conosceva di vista, perché chinò il capo e mi fece segno di affiancarlo. Mi precedette lungo una serie di corridoi e scale tortuose, fino a condurmi agli appartamenti di Goliath. Aprì la porta e fece un gesto per invitarmi ad entrare, lasciandomi solo nell’anticamera mentre oltrepassava una tenda per andare ad annunciarmi. Dopo pochi istanti, mi fu concesso di varcare la soglia.
Goliath mi ricevette sulla terrazza. La sua mole massiccia, comodamente avvolta in una camicia e in un paio di pantaloni larghi, era appoggiata alla balaustra; osservava Agadez con aria assorta.
«Un tempo » disse senza neppure voltarsi a guardarmi «Questa torre era un luogo di culto, lo sapevi? La chiamavano Grande Moschea. Era un faro di fede e speranza, in cui si riunivano tutti coloro che credevano in un ideale comune» rise «Credo che non rimanga più niente di sacro, in questo luogo, e tuttavia la gente vi si raduna attorno, cercando conforto e protezione. Il Movimento stesso è diventato motivo di fede nei cuori delle moltitudini».
Finalmente si girò verso di me, e come sempre venni investito dalla forza d’animo che fuoriusciva dai suoi occhi grigi: sebbene fosse ormai alle soglie della vecchiaia, lo sguardo e il corpo di Goliath apparivano saldi e duri come quelli di un uomo nel fiore degli anni. I capelli erano ancora folti e neri, con solo qualche accenno di canizie; i muscoli del petto e delle braccia erano possenti, l’addome piatto e solido, le gambe e le mani ferme. Solo una cicatrice butterata sulla guancia destra, tipica di chi ha vissuto la maggior parte della propria vita sotto il sole radioattivo, denotava effettivamente la sua età
«E noi Leader, Declan» continuò «siamo simulacri di quella fede. In quanto tali, abbiamo il dovere di mantenere viva la fiamma della speranza in coloro che credono in noi».
Non capivo dove volesse andare a parare, ma lasciai che continuasse, certo che non mi avesse richiamato nel luogo che considerava il suo più intimo rifugio solo per discorrere di filosofia e religione. Dopo qualche istante di silenzio, Goliath riprese a parlare, ma stavolta il suo tono si fece più cupo, la voce più bassa.
«Stanotte, le tenebre sono calate ad est. Atlahua si è spento».
«Cristo…» sussurrai tra me e me, mentre il sangue mi si ghiacciava nelle vene nell’apprendere quella notizia. Atlahua era uno dei tre grandi Leader, e ricopriva un ruolo fondamentale all’interno del Movimento: non a caso il suo nome derivava dalla divinità azteca delle acque. Il suo territorio si estendeva dal Lago Vittoria fino al Lago Khartoum, e comprendeva il Nilo Bianco e quello Azzurro: aveva il controllo sulle riserve d’acqua principali del movimento.
Persino io comprendevo il rischio che l’intero Movimento stava correndo in quel momento: Atlahua era stato un capo forte e deciso; per questo era stato in grado di tenere per tutti quegli anni il controllo di una zona tanto estesa, tanto importante e tanto vicina all’ARCH. La sua dipartita comportava un alto numero di possibilità inquietanti. Bisognava trovare un uomo che possedesse la stessa tempra di Atlahua, il suo stesso polso e le sue stesse capacità di leadership; altrimenti, avremmo perso i bacini d’acqua. Se i fiumi e i laghi fossero caduti in mano all’ARCH, a quest’ultima non sarebbe rimasto nulla da fare se non sedersi, afferrare qualche snack e godersi la morte per disidratazione del Movimento.
«Già» borbottò Goliath, tenendo lo sguardo fisso su di me.
«E adesso cosa accadrà?» domandai, chiedendomi perché mi avesse fatto salire fin lassù per darmi una notizia del genere.
«Il movimento esiste dal ’66, come ben sai» tergiversò lui «Sono ben quattordici anni che io, Mot ed Atlahua ci ribelliamo al regime e combattiamo per un mondo migliore. Ovviamente, non avevamo la presunzione di pensare che la guerra sarebbe terminata prima della nostra morte o con essa. Non siamo mai stati così arroganti» rise «E avevamo pensato ad una procedura per affrontare una situazione del genere. Nel caso di morte di uno o più dei Tre Leader il compito di decidere chi prenderà il posto dell’elemento mancante andrà ai capi ancora in vita. Essi, insieme ad alcuni rappresentanti del popolo – in questo caso tre – dovranno scegliere a maggioranza il nuovo Leader tra gli ufficiali generali di quello defunto, giudicandolo attraverso le sue gesta sul campo di battaglia e alle capacità dimostrate nel corso degli anni in servizio.
« Tuttavia» continuò « i Leader rimasti possono presentare un singolo candidato dalle loro fila, e presentarlo ai giudici come alternativa».
Goliath si interruppe e mi guardò dritto negli occhi, mentre tutto il mio essere veniva pervaso da una crescente sensazione di euforia, mentre diventava finalmente chiaro il motivo per cui mi aveva fatto convocare così di fretta. Possibile? Sentii le mie labbra schiudersi in un sorriso ebete, ma in quel momento non mi importava, e non importava neppure a Goliath, che mi strizzò l’occhio e passò ad un tono più amichevole mentre diceva:
«Te lo chiedo ufficiosamente, quindi sentiti libero di reagire come preferisci: vorresti essere presentato come candidato?».
Nella mia mente esplose un caos di sentimenti: ovviamente ero felice ed onorato che, tra tutti gli ufficiali di grado pari al mio, Goliath mi avesse scelto come candidato. Sapevo che non era stato per favoritismo se il vecchio aveva scelto proprio me, ma perché in dieci anni avevo dimostrato capacità superiori alla media, tanto da essermi meritato il titolo di ufficiale già a sedici anni; quindi mi sentivo anche fiero di me stesso, poiché anni di sacrifici e duro lavoro pagavano finalmente la giusta ricompensa. Tutti avrebbero giovato di una mia eventuale elezione: a me sarebbe stata assicurata una posizione di comando e un luminoso futuro; il Movimento ne avrebbe tratto un capo forte e risoluto; e Goliath avrebbe ottenuto un alleato fedele che lo avrebbe di certo supportato in ogni situazione.
Tuttavia…
Tuttavia, in quel momento, mentre avrei dovuto gioire della fiducia che Goliath riponeva in me, dei miei successi e dei miei meriti; in quel momento ripensai al sogno. Ripensai a Dylan, e tutta la mia euforia parve sgonfiarsi. Se fossi diventato un Leader sovversivo, sarei sempre stato impegnato, specialmente considerando la posizione nella quale si trovava Atlahua, e non avrei mai potuto mantenere la promessa che avevo fatto a mio fratello. Non avrei mai potuto rivederlo, mai più avrei potuto sognare di trovarlo e di portarlo con me; mai più avrei potuto fantasticare di partire per l’Europa e di mettere a ferro e fuoco il vecchio continente pur di riabbracciare Dylan.
Potevo davvero abbandonare la mia ricerca per inseguire la gloria personale? Potevo dimenticare l’unica famiglia che avessi mai conosciuto per ragioni così egoistiche?
La mia coscienza mi diceva che no, non potevo. Ma il mio senso del dovere, il rispetto che provavo nei confronti di Goliath, e quella parte più meschina di me che cercava l’ammirazione e l’affetto che non mi erano mai stati dati, mi obbligavano a dire…
«Sì».

Venti minuti dopo, ero seduto nella sala riunioni di Goliath, a godermi il fresco venticello prodotto dai ventilatori a soffitto. Nella stanza c’eravamo soltanto io e il capo, che mi stava spiegando nei dettagli come funzionavano i rapporti tra i Tre Leader e cosa ci si aspettava da me nel caso di una mia elezione.
Stavamo discutendo delle responsabilità inerenti alla legislazione quando Donna Smith, l’assistente personale e guardia del corpo di Goliath, ci interruppe per annunciare l’arrivo degli altri ufficiali.
Mi alzai in piedi in segno di rispetto mentre entravano e prendevano posto. Naturalmente li conoscevo tutti, più o meno intimamente, e con alcuni potevo vantare un solido rapporto di amicizia. Riconobbi e salutai Travis Street, a capo dell’unità Scienze e Tecnologia, che si occupava della creazione sia degli apparecchi d’uso comune, sia dello sviluppo di tecnologie belliche. Era grazie a lui e ai suoi sottoposti se potevamo godere di lussi come l’elettricità. Recentemente avevo collaudato per lui un fucile che assorbiva le radiazioni del sole e le incanalava in un potente raggio laser. Il rinculo dell’arma mi aveva spedito indietro per una decina di metri, ma quantomeno il bersaglio al quale avevo sparato era stato distrutto… insieme al muretto di cemento armato che si trovava dietro di lui.
Subito dopo veniva Josh Sousa, il nostro ufficiale medico, che insieme al sottufficiale Fatma Abouk si occupava di addestrare medici e chirurghi, sviluppare medicine e vaccini e provvedere alle cure dei cittadini. Infine, venivano gli altri capi militari, miei colleghi e rivali: Maxie Pennell, Cathern Crum e Twanda Randle. Quest’ultima era figlia di Goliath, ed era apertamente ostile nei miei confronti, e spesso tra il mio reparto ed il suo si erano verificati degli episodi violenti, generati dall’astio che intercorreva tra noi. Non mi aveva mai sopportato, e potevo anche capire il perché: suo padre mi aveva attribuito più meriti ed onori di quanto non avesse fatto con lei, e mi chiesi come avrebbe reagito nell’apprendere che ero stato proposto come candidato al ruolo di Leader.
Per ultimo entrò Lenz Van Holl, il mio migliore amico e il comandante in capo dei reparti speciali di Goliath. Quando mi vide, sogghignò al mio indirizzo e mi strizzò l’occhio. Si avvicinò e mi disse sottovoce:
«Mi hai tirato giù dal letto, stronzo» – e fanno tre in una mattina, pensai con un sorriso – «Spero almeno che ne sia valsa la pena: ero in ottima compagnia».
Sebbene fosse molto più grande di me, essendo un suo parigrado potei permettermi di rispondergli dicendogli:
«Tranquillo, Lenz, non avresti concluso comunque nulla, con quell’arnese minuscolo che ti ritrovi».
Gli occhi azzurri di Lenz si illuminarono divertiti, e avrebbe sicuramente risposto a tono, se Goliath non avesse richiamato tutti all’ordine e Donna non ci avesse chiesto di accomodarci. Lenz si sedette accanto a me, obbediente, mentre con gli occhi spogliava Donna della canottiera verde e dei pantaloni militari. Il suo sguardo non mi sfuggì, e risi sotto i baffi, perché non aveva speranze: Donna faceva la guardia al corpo di Goliath in maniera molto ravvicinata.

«Hai un po’ di bava che…» gli dissi per sfotterlo, e per tutta risposta mi mostrò il dito.
«Lenz!» lo ammonì Goliath con sguardo truce, prima di iniziare il suo discorso «Andiamo subito al punto. Come sapete, il Movimento si basa sull’alleanza dei Tre Leader, che formano un fronte unico e compatto contro l’ARCH. Stamattina, alle cinque e tredici, Atlahua è venuto a mancare in seguito ad un infarto fulminante».
Un mormorio incredulo si levò dagli ufficiali, mentre assimilavano la notizia che il Signore delle Acque era morto e comprendevano il rischio che tutti noi correvamo in quel momento. Quando Goliath riprese a parlare, i loro sguardi erano seri e avevano perso ogni traccia di svogliatezza.
«Ora, sappiamo tutti che l’ARCH aspetta un’occasione come questa da tutta una vita. Morto il vecchio, le possibilità sono due: o viene eletto un Leader debole e privo di polso, che farà cadere il territorio più fecondo e abbondante a disposizione del Movimento…» tutti scossero le teste, terrorizzati da una tale prospettiva «Oppure ne viene eletto uno forte, in grado di tenere testa all’ARCH come ha fatto Atlahua durante tutti i lunghi quattordici anni della sua egemonia. A tale scopo, io posso presentare uno di voi come candidato alla successione per i territori di Atlahua».
Scrutò i presenti uno ad uno, mentre lasciava che le sue parole facessero presa.
«E ho scelto di proporre Declan», disse in tono conclusivo.
Il primo ad alzarsi in piedi e applaudire fu Lenz, subito imitato dagli altri, che si congratularono con me con generose strette di mano e sonore pacche sulle spalle. Fatma si complimentò, dicendo che se l’era immaginato, e Cathern disse che, nonostante la mia giovane età, ero sicuramente il più adatto tra tutti.
Solo Twanda, come mi aspettavo, non si unì agli altri nei festeggiamenti. Il suo sguardo era duro e le labbra contratte in una smorfia di odio e disgusto. Scattò in piedi ribaltando la sedia, sbattè i pugni sul tavolo e indusse tutti al silenzio. Dopodiché guardò Goliath negli occhi.
«Perché?» domandò «Perché lui? Cos’ha più di me? In cosa ti ho deluso, padre? Cos’ho fatto di così sbagliato da indurti a preferire uno sconosciuto, un pezzente figlio di nessuno, al sangue del tuo sangue?».
«Twanda…» cominciò a dire Lenz, ma lei lo ignorò.
«Cosa? C’è qualcuno che osa dire il contrario, forse? Questo ragazzino, questo moccioso viziato, è il prediletto del nostro capo! Gli affiderebbe il confine orientale in un batter di ciglia! Affiderebbe le nostre speranze di sopravvivenza a lui, un bambino privo d’esperienza, con la metà dei nostri anni di servizio. Josh è al servizio di mio padre da quando il Movimento è nato, eppure non è stato scelto come candidato. Viene scelto lui» disse puntandomi il dito contro «Esigo di sapere il perché di questa decisione».
«Twanda» ripeté Lenz, ma a quanto pareva lei era troppo arrabbiata anche solo per starlo a sentire: si stava vendicando di tutte le volte in cui le avevo negato le attenzioni e l’affetto paterni.
«Goliath ti ha viziato troppo, sin dal tuo arrivo qui. Eri un moccioso scheletrico e senza nessuna particolarità, senza carattere, e se non avessi posseduto, se non possedessi quel potere che ti rende tanto speciale, ti avrebbe lasciato a morire nel deserto. Non sei di alcuna utilità qui, non…»
«BASTA!» Goliath, che fino a quel momento non aveva detto una parola, saltò su, facendo sussultare Twanda e mettendola subito a tacere. Il suo sguardo era pericoloso: sembrava volesse squartarla pezzo a pezzo. «Non ti permetto di mettere bocca nel mio operato. Qualcuno qui può affermare a ragione che abbia trattato Declan diversamente dagli altri? Che non lo abbia punito quando c’era da farlo o che gli abbia concesso privilegi che h negato ad altri?». Il silenzio attorno al tavolo si fece ancora più pesante. Persino io mi ritrassi: Goliath era benevolo e giusto, ma sapeva trasformarsi in una bestia assetata di sangue, se si toccavano le corde sbagliate. E Twanda aveva esagerato, asserendo che era stato parziale nello scegliere me come candidato.
«Ho sempre dato, a Declan come a chiunque altro, le giuste ricompense in rapporto alle capacità e al valore che ha saputo dimostrarmi. Ho dato a questo ragazzo la possibilità di entrare a far parte della nostra comunità per i suoi occhi da Ner, è vero, ma ho accolto moltissimi altri bambini e ragazzi venuti da fuori, persone che non erano Ner e che adesso vivono in questa città. Declan si è sempre dimostrato all’altezza delle aspettative Ha eseguito ogni compito che gli ho assegnato con competenza e abilità. Ha portato a termine imprese per la città che nessuno qui avrebbe avuto il coraggio di compiere! Chi ha interrotto l’avanzata dell’ARCH al Canale di Suez? È stato Declan: tu, figlia, sostenevi che era una missione suicida, e ti sei rifiutata di condurre i tuoi al massacro. Non ricordo di averti vista in prima linea quando i predoni stavano saccheggiando Niamey. Fu Declan a ricacciare i fuorilegge dalla città e ad occuparsi della ricostruzione, mentre tu eri qui al mio cospetto chiedendomi una casa più spaziosa per te».
Twanda impallidì per la rabbia, poiché sapeva che quanto Goliath stava dicendo corrispondeva al vero. Le sue mani erano strette a pugno, mentre valutava la possibilità di rispondere al pade. Dato che non lo fece, questi continuò.
«Ho scelto Declan per i motivi che ho detto. E non ho scelto te perché, in quanto mia figlia, ti sei sempre sentita una spanna sopra agli altri. Ti sei sempre mostrata spocchiosa e altera, indegna di portare a compimento missioni che non ritenevi alla tua altezza. E mentre cercavi un modo per impressionarmi, non ti sei mai resa conto che ti stavo valutando, e che il tuo atteggiamento indicava solo che quel che fai, lo fai solo per ottenere approvazione; e non perché è giusto o perché va fatto. Ho chiuso un occhio sul tuo modo di fare perché sei il sangue del mio sangue, e devi ringraziarmi per questo, perché se non lo fossi stata, ti avrei immediatamente degradata. E non perché sei inesperta o incapace, ma perché non possiedi lo spirito di sacrificio che contraddistingue i soldati. Declan invece sì. Quindi, Twanda, non osare mai più dire davanti a me che questo ragazzo sia un incompetente, o che sia un moccioso che io ho viziato».
Gli occhi di Twanda si riempirono di lacrime di vergogna e umiliazione. Uscì di gran carriera dalla sala riunioni, senza essere stata congedata, ma nessuno tentò di fermarla. Dopo che se ne fu andata, un silenzio imbarazzante gravò su tutti noi, ma venne subito spezzato dal Goliath.
«Tornando a noi» disse nel suo solito tono pratico e sbrigativo «Stanotte, tutt’al più domattina all’alba, bisognerà partire per Kisumu. Oltre me e Declan, voglio che ci siano un’unità scelta di fanteria, e cinque uomini dei reparti speciali. Il percorso ottimale prevede che attraversiamo un pezzo di terra di nessuno, e non voglio trovarmi col culo imbottito di piombo».
Nel pomeriggio, i dettagli del viaggio erano stati decisi. Lenz sarebbe vento con noi, insieme ai suoi quattro uomini più fidati, e Maxie e Cathern non si erano risparmiati riguardo la scelta dei loro soldati. Non restava altro da fare che aggiornare la riunione e iniziare a preparare i bagagli.
Mentre stavo uscendo dalla sala, notai che Goliath era rimasto seduto al suo posto, le mani giunte davanti al viso e un’aria affranta che non gli avevo mai visto prima. Si accorse del mio sguardo, lo intercettò e mi rivolse un sorriso stanco: non mi era mai sembrato così vecchio in tutta la mia vita.
«Oggi hai visto» mi disse a mezza voce «Che a volte, per prendere la decisione giusta, bisogna compiere delle scelte che feriscono le persone che più amiamo». Sospirò, e per la prima volta pensai a quanto dovesse essere stata dura quella giornata per lui: aveva perso un caro amico e si era inimicato la sua stessa figlia, preferendomi a lei.
Incapace di fare qualcosa per lenire la sua sofferenza, lo lasciai solo nella grande sala vuota.

Nda

«E noi Leader, Declan» continuò «siamo simulacri di quella fede»—> qui volevo usare la parola “idoli”, ma ripensando al significato odierno della parola ci ho ripensato xD Ovviamente so che a Khartoum non esiste nessun lago, ma purtroppo ho dovuto ridisegnare di parecchio la geografia terrestre a causa dell’ambientazione della storia, e adesso c’è.

Container

I miei due figli stretti in un abbraccio mortale.
Damiano, il piccolo, stava per soccombere sotto le fauci fameliche di Dario, il primogenito.
Non so come si fosse contagiato, né quando; forse ho rimosso quell’episodio, o forse non voglio ricordare, non lo so.
Dopo qualche secondo di esitazione, calai con forza l’attizzatoio sul cranio di Dario.
Damiano si divincolò e corse in lacrime tra le mie braccia, mentre il corpo del fratello si contraeva in spasmi sempre più brevi, fino a fermarsi del tutto.
Morto, per sempre stavolta.
Avevo appena ucciso mio figlio, o meglio, quell’essere in cui si era trasformato.
Cominciai a piangere e tremare…
~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~
Sono passate due settimane da allora, e il mondo è andato in rovina, tutto, la società si è sgretolata come un castello di sabbia, tutto cancellato.
Palermo è infestata dagli zombie, così come le città limitrofe e l’intera Sicilia.
Immagino sia così un po’ dappertutto, qui ci sono alcuni sopravvissuti…ma fino a quando?
Aahahahaha.
Shhhhhhhhhhhhh, non fate rumore, li attira come mosche sulla merda.
Siamo proprio nella merda, mosche comprese.
Io?
Mi trovo in un container al porto di Palermo; mi sono chiuso qui dentro per sfuggire ad un’immensa orda di zombie.
Pessima idea, Eddie, pessima idea quella di venire al porto.
~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~
Così adesso questo container sarà la mia bara di metallo, a meno che qualcuno non verrà ad aiutarmi.
Ahahahahhahahhaa, shhhhhhhhhhhh, cazzo, ho detto niente rumori.
Nessuno, nessuno, nessuno verrà a tirarmi fuori di qui, per il semplice fatto che nessuno sa dove mi trovo.
E anche se qualcuno lo sapesse, chi sarebbe così pazzo da affrontare centinaia di non morti?
Ahahahahhaha, shhhhhhhhhhh, ahahaha, pessime idea, Eddie caro, pessima idea.
Per la cronaca, nel momento esatto in cui l’attizzatoio ha spaccato il cranio di mio figlio, ho sentito qualcosa andare in frantumi dentro di me, qualcosa che ha mandato in tilt il mio equilibrio mentale.
Per l’eternità, ahahahhaha, shhhhhhh.
E sempre per la cronaca, da allora non ho più smesso di tremare, sembro un malato di Alzheimer.
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Ero uscito alla ricerca di cibo e medicine, ma i luoghi che avevo visitato erano già stati saccheggiati, vaffanculo figli di troia ladri.
E così, cammina cammina cammina, Cappuccetto Rosso è arrivato al porto.
Ahahahah, Cappuccetto Eddie, Cappuccetto Rotto, ahahahaha.
Shhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh.
Sono qui fuori, vogliono me, li sento battere sui quattro lati del container, sento i loro lamenti infernali, roba da impazzire.
Eddie pazzo, ahahahahahah, Eddie assassino, ahahahaha, shhhhhhhh.
Qui dentro ho trovato qualche scatolone contenente materiale di cancelleria, e così scrivo questo diario, chissà, magari un giorno qualcuno lo leggerà.
Niente cibo, niente medicine.
Che sapore ha la carta?
~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~
Avevo un fucile ed una pistola.
Il primo mi è caduto mentre cercavo di chiudere la saracinesca del container, uno degli zombie lo aveva afferrato e non aveva intenzione di mollarlo.
Allora vaffanculo, tienilo pure, sparati un colpo in testa.
Ho dovuto lasciargli il fucile, dietro di lui stavano arrivando decine di zombie.
Saracinesca chiusa, io dentro, salvo, voi fuori, fregati.
Ahahahahahahah.
Shhhhhhhhh.
No, sono io ad essermi fregato da solo… buona questa carta, forse un po’ dura da masticare.
La pistola, oh, la pistola.
Lei è qui, accanto a me, la vedo luccicare grazie alla luce che filtra da quella finestrella lassù.
Lei, la pistola, mi sta tentando.
Ucciditi, mi dice, dai, un colpo e sarà tutto finito.
AHahahaha, le pistole non parlano, ahahahaha, shhhhhh.
Ok, ok, mi uccido.
Ops, che peccato, la pistola è scarica, e non ho più proiettili nel giubbino.
Che volete, per arrivare fino a qui ho dovuto far fuori qualche zombie.
Niente fucile, pistola scarica, bara di metallo, centinaia di zombie pronti a farmi la festa.
~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~
Sono chiuso qui dentro da tre giorni, credo, e loro non vanno via, nulla da fare, sono sempre qui fuori.
Come fanno a sentirmi?
Forse perché quando rido lo faccio a voce alta, ahahhahahahahha.
Shhhhhh.
Ho un fortissimo mal di testa, ma continuo a masticare carta.
~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~
Io esco, apro la saracinesca e mi isso sul tetto del container.
Poi vedrò cosa fare.
Potrei parlare con loro, e loro mi ascolteranno, e mi ubbidiranno.
5 giorni qui dentro, sono una specie di prescelto.
Da chi?
Non lo so, ma sono di certo io il prescelto.
AHahahha, il prescelto da me stesso.
Ma loro mi ascolteranno ed ubbidiranno, anche quelli senza orecchie,ahahahahha.
~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~
Il Prescelto da Me Stesso, IO posso comandarli.
E LORO ubbidiranno.
Il mal di testa mi sta martoriando da agltblagbt…
~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~
Esco, il Signore degli Zombie, faranno un film su di me, ahahaha.
Mi avvicino alla leva della saracinesca, infilo una mano in tasca per controllare se ho con me i fogli da mangiare, e sento qualcosa di metallico…
Un proiettile!
Guardo la pistola, è fatta.
Infilo il proiettile in canna.
Loro mi ubbidiranno, li farò mettere in fila indiana e sparerò un solo colpo che li ucciderà tutti, ahahahah.
~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~
L’uomo si avvicina alla leva ed apre la saracinesca del container.
Il rumore attira subito una decina di zombie che stazionano lì vicino, oltre a quelli più lontani.
I non morti si riversano all’interno, l’uomo infila la pistola in bocca e preme il grilletto.

Quando ero A. J. Sommerfeld

Sarei passata oltre quel tendone quasi senza vederlo, se non fosse stato per la curiosità di Nadia, che mi aveva letteralmente trascinata dentro. Se fosse stato per me, non mi sarebbe mai passato per la testa di consultare una maga. La mia amica, però, fra tutte le attrazioni che c’erano alla fiera del paese, aveva deciso di provare anche quella.

“Hai letto il cartellone qui fuori?” mi chiese, sussurrando, mentre aspettavamo nella penombra. L’interno del tendone era rischiarato solo da qualche candela e riscaldato dal fumo dei bastoncini d’incenso.

Feci cenno di no. Non avevo avuto il tempo di dare nemmeno un’occhiata, perché lei mi aveva subito preso per un braccio, strattonandomi.

“Questa veggente non è come tutte le altre” mi spiegò lei. “Non predice il futuro come fanno tutti. Lei è speciale: ti dice chi sei stato nella tua vita precedente.”

Se Nadia non fosse stata così seria, credo che sarei scoppiata a ridere. Trovavo semplicemente ridicolo pensare di essere stata un’altra persona, prima di questa vita.

La mia amica sembrava molto entusiasta, quindi non osai contraddirla. Se lei si divertiva a credere a quelle storielle, l’avrei lasciata fare, pensai. Dal mio punto di vista, non cambiava nulla: pensavo che mi sarei fatta una risata ascoltando delle previsioni sul mio futuro, come facevo sempre con gli oroscopi, ma avrei potuto fare lo stesso anche se si trattava del passato.

Poco dopo, una sagoma scura comparve al di là del drappo semitrasparente che divideva la tenda a metà. Scostando un lembo di stoffa, la maga comparve.

Senza dire nulla, si sedette sul suo sgabello e prese a fissarci.

“Buongiorno, ragazze” disse, con un tono privo di qualsiasi espressività e senza il minimo accenno di sorriso. “Una di voi venga a sedersi qui.”

Nadia subito si fece avanti e si sedette sullo sgabello rivestito di raso viola un po’ sdrucito.

La veggente fece un profondo respiro e poi, continuando a fissare la ragazza che aveva davanti, cominciò a snocciolare la sua storia.

Secondo lei, Nadia nella sua vita precedente era spagnola e si chiamava Rosario Martinez. Descrisse l’infanzia prima della guerra civile, raccontò del suo matrimonio ed elencò i nomi dei figli, mentre io trattenevo una risata. Era assolutamente impossibile che la maga avesse appreso tutte quelle cose solo guardando la mia amica negli occhi. Probabilmente si stava inventando tutto, oppure aveva già raccontato quella stessa storia a decine di altre persone, pensai.

L’indovina finì il suo racconto dicendo che la signora Martinez si era spenta nel 1991, circondata dall’affetto dei  suoi nipoti.

Subito dopo aver terminato di parlare, si ritirò dietro il drappo colorato, per concentrarsi in attesa di utilizzare di nuovo le sue doti magiche.

Nadia si alzò e mi fece cenno di sedermi, a mia volta, sullo sgabello.

“Sei matta? Non ci vado!” sussurrai.

“Invece sì, vai!” mi incitò lei. “Poi ci crederai anche tu, io sono convinta che c’è un fondo di verità in quello che mi ha detto.”

Mi chiesi se Nadia fosse impazzita. Come poteva credere ai deliri di quella ciarlatana?

Cercai ancora di protestare, ma lei mi spinse sullo sgabello. Proprio in quel momento, la sedicente maga rientrò ed io, che ormai ero seduta, capii che non potevo più tirarmi indietro. Sospirai.

La vecchia signora prese a fissarmi dritto negli occhi.

Notai in quel momento che i suoi non erano occhi normali… erano gialli! Pareva che fiammeggiassero. Il suo sguardo mi trapassò l’anima e a partire da quel momento mi sentii sempre più strana.

“Prima di questa vita, tu scrivevi” cominciò la maga e la sua voce mi sembrò lontana, come proveniente da un altro mondo. “Racconti, romanzi e anche qualche saggio scientifico.”

Ad ogni parola mi sentivo come se qualcosa dentro di me mi venisse strappato, oppure come se qualcuno mi stesse scavando nel cuore.

“Eri laureata in fisica.”

Non sapevo perché, non sapevo come, ma trovavo familiari quelle parole.

“Eri nata in Germania, ma hai vissuto in America.”

Sorprendentemente, mi riconoscevo in quello che la vecchia stava dicendo e, all’improvviso, sentii un assoluto bisogno di conoscere un ultimo dettaglio.

“Il nome…” mormorai, facendo uno sforzo immane per pronunciare due sole parole. Era come se quella conversazione mi avesse prosciugato tutte le forze.

“Questo punto è il più confuso” rispose l’indovina. Si avvicinò ancora di più al mio volto, come per vedere meglio. “Vedo… un campo di grano con le spighe mosse dal vento… il tuo nome ha a che fare con quest’immagine.”

Dopo che ebbe terminato quella frase, il mio stato di “trance” svanì e gli occhi della veggente ritornarono di un comune color marrone.

Quando uscii dalla tenda, ero frastornata. Che assurdità erano mai quelle? Io ero stata una scrittrice famosa? Ma non era possibile! E poi, la ciarlatana sarebbe stata più credibile se mi avesse detto un nome, invece di farfugliare tutte quelle sciocchezze sui campi di grano.

Una parte di me, però, ne era rimasta impressionata. C’era qualcosa di familiare in quello che aveva raccontato la maga e poi quegli occhi… una persona che mi guardava con quegli occhi non poteva aver mentito. Qualcosa, dentro di me, mi disse che non poteva aver inventato tutto.

Per un momento provai a ragionarci. Quale scrittrice americana poteva aver avuto un nome che richiamasse un campo di grano? Campo, in inglese, era “field”. Poteva essere una certa Field? Fields? Kornfield?

Mai sentita nominare.

Ricordando che questa fantomatica scrittrice era nata in Germania, pensai allora al tedesco “feld”, ma mi sembrava che non richiamasse niente alla mia memoria.

Poi, quell’ultimo nome fece scattare qualcosa nella mia testa.

Un attimo! Feld… Sommerfeld!

In quel momento sussultai. Come avevo fatto a non pensarci prima? A. J. Sommerfeld era stata una delle più importanti scrittrici di fantascienza dell’ultimo secolo. La libreria del mio salotto vantava una discreta collezione dei suoi romanzi, perché i miei genitori erano piuttosto appassionati di quel genere di storie. Io non la conoscevo più di tanto, anche perché era morta quasi vent’anni prima, ma ricordavo di aver letto un paio dei suoi racconti.

Anche il nome corrispondeva, in effetti. In tedesco “feld” significava “campo e “sommer” era “estate”, cioè proprio il periodo in cui si miete il grano.

Era scioccante. Quindi, io avrei dovuto essere la sua reincarnazione. Tutto ciò mi riempiva di inquietudine: se fosse stato vero, avrebbe significato che in un’altra vita io ero stata un’altra persona di cui non ricordavo niente. Avevo scritto parole che ora non avrei riconosciuto, se le avessi lette. Il pensiero mi dava le vertigini.

Decisi che non ci avrei più pensato. Non avevo modo di sapere se era vero e, se anche se lo fosse stato, che importanza aveva? La mia presunta vita precedente non aveva niente a che fare con quella attuale.

 


 

Il mio proposito non durò nemmeno fino al giorno dopo. La sera stessa cominciai a notare nella mia vita degli elementi che avrebbero potuto confermare che ero stata una scrittrice di fantascienza.

Innanzitutto, avevo imparato a scrivere molto presto, prima di cominciare la scuola elementare. Certo, questo accade a molti bambini, ma io scrivevo delle vere e proprie storie. Erano lunghe al massimo una facciata, ma per una bambina di cinque anni era comunque una notevole prova di fantasia e di passione letteraria.

Oltre a questo, c’era il fatto che mi ero appassionata fin da piccola all’astronomia. Avevo imparato l’ordine dei pianeti del sistema solare ancora prima dell’ordine alfabetico. Il merito era di mia sorella maggiore, che aveva studiato le prime nozioni di astronomia a scuola e, vedendomi interessata, mi aveva raccontato della vita delle stelle e delle galassie, delle nane bianche e degli asteroidi, dei pianeti e dei buchi neri. Ero rimasta folgorata da quella materia ed anche in seguito, ogni volta che si parlava di astronomia, nessuno era mai riuscito a tenermi fuori dal discorso.

Non c’era solo questo: mi venne in mente che ero sempre stata portata per l’inglese. Mi veniva naturale, in qualche modo. Forse perché nella mia vita precedente ero stata americana?

Ma dovevo smetterla, mi dissi. Dovevo pensare al presente, non ad un’ipotetica vita passata. Cercai di concentrarmi sulla scuola, ma non c’era niente da fare: il mio pensiero fisso rimaneva.

Quando tornai a casa, decisi che avrei cercato informazioni sulla vita di A. J. Sommerfeld. Quella donna stava diventando il mio pensiero fisso, anche se non conoscevo quasi niente di lei. Era assurdo. Forse, pensai, documentandomi, la curiosità irrefrenabile che mi aveva assalito sarebbe scomparsa.

Digitai il suo nome sul sito di un’enciclopedia online e lessi ciò che apparve sulla schermata del computer:

“Annett Jutta Sommerfeld (Chemnitz, 27 aprile 1920 – Béziers, 16 settembre 1992) è stata una scienziata e scrittrice statunitense di origine tedesca.

“Nasce il 27 aprile 1920 a Chemnitz, città della Germania centro-orientale situata nel Land della Sassonia. All’età di quattro anni emigra con i genitori negli Stati Uniti, stabilendosi a New York. Durante gli anni della sua giovinezza, si appassiona alla letteratura fantascientifica.

“Si laurea in Fisica applicata nel 1940 e decide di intraprendere la professione di ricercatrice. Contemporaneamente, inizia a pubblicare racconti a puntate su alcuni giornali locali, firmandosi solo con le iniziali A. J., come faranno poi anche molte sue colleghe, perché la fantascienza verrà considerata ancora per molti anni un genere prevalentemente maschile. Il suo primo romanzo, “I guardiani dell’universo”, viene pubblicato nel 1944. Nel 1945 sposa l’astronomo Albert Lange, da cui avrà tre figli.

“Nel 1948 abbandona definitivamente l’attività di ricerca all’università, per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Durante il suo periodo di attività pubblica molti romanzi, antologie di racconti, ma anche alcuni saggi scientifici. Viaggia molto e partecipa a numerosi congressi sia in America che in Europa.

“Nel 1984, dopo la morte del marito, si trasferisce a Béziers presso la figlia Isabel. Muore il 16 settembre 1992, in seguito alle complicazioni di una polmonite.

Quanto tempo serve ad un’anima per reincarnarsi? Evidentemente due mesi bastano, pensai. Io sono nata il 15 novembre di quello stesso anno.

Da quel momento, cominciai a passare tutto il mio tempo leggendo le opere di A. J. Sommerfeld e cercando altre informazioni su di lei. Terminati tutti i libri che avevo in casa, andai in biblioteca e ne presi in prestito altri. La signora Sommerfeld aveva avuto una produzione letteraria considerevole, durante la sua vita. O forse avrei dovuto dire che io avevo scritto parecchi libri?

All’inizio, non riconoscevo una parola di quello che avevo pubblicato nella mia vita precedente, ma poi quelle storie cominciarono a sembrarmi familiari. Trovai corrispondenze tra quello che era scritto nei libri e le mie fantasie da bambina. Riconobbi alcuni nomi che avevo inventato nella mia immaginazione. La mia vita cominciò ad essere letteralmente risucchiata da quei libri.

L’unica altra cosa a cui riuscivo ancora ad interessarmi, oltre alle opere di A. J. Sommerfeld, erano le lezioni di fisica. Quando ascoltavo le spiegazioni, mi sembrava di aver già sentito quei concetti e avevo l’impressione di averli già capiti prima ancora che il professore terminasse la dimostrazione. A volte rispondevo alle domande su argomenti che non avevo neppure studiato, perché mi sembrava di avere già le risposte pronte, lì, sulla punta della lingua.

Ormai non parlavo quasi più con nessuno. Nadia spesso mi sgridava, dicendo che ero concentrata solo su “quei maledetti libri” e che non mi preoccupavo più di lei.

Aveva ragione, lo ammetto, ma io non riuscivo a smettere. A volte mi dimenticavo addirittura di magiare, perché ero assorta nella lettura, e ormai dormivo pochissimo.

Un giorno, Nadia si presentò a casa mia, infuriata, e cercò di farmi ragionare.

“Non è possibile continuare così, devi rendertene conto!” urlò. “Ormai ti importa solo di quei dannati libri! Vieni a scuola, ma non parli con nessuno ed è come se tu fossi assente. Non t’importa più niente neanche di me. Dimmi che tornerai in te almeno per la gita!”

Mi ero completamente dimenticata della gita scolastica. Ora che la mia amica me lo ricordava, mi tornò in mente che saremmo andati in Francia, dove aveva vissuto anche Annett (ormai la chiamavo con il nome di battesimo e non più con le iniziali).

Un attimo! Saremmo andati proprio nel luogo in cui aveva vissuto i suoi ultimi anni, se ricordavo bene. Per esserne sicura, chiesi: “Sulla strada del ritorno ci fermeremo a Béziers, giusto?”

“Esatto” rispose lei, sospirando. “Ti stai dimenticando perfino la destinazione del viaggio?”

“No, è solo che… A Béziers c’è il cimitero dove è sepolta A. J. Sommerfeld” spiegai.

“Ma non riesci a pensare altro che a lei?” esplose Nadia. “Non ne posso più, non voglio più sentirla nominare! Non avrei mai dovuto portarti da quella maga. Io lo consideravo soltanto un gioco, ma tu, che all’inizio neanche ci credevi, l’hai presa maledettamente sul serio!”

Uscì, sbattendo la porta, ma io non me ne preoccupai più di tanto. Avevo finalmente trovato la soluzione, un modo per convincermi definitivamente che Annett era morta e che io dovevo smetterla con quell’ossessione. Sarei andata a visitare la sua tomba.

 


 

Per tutta la durata della gita, Nadia continuò a lamentarsi del mio atteggiamento assente. Probabilmente aveva ragione, dato che per tutta la settimana fui come scollegata dalla realtà.

Non riuscivo ad ascoltare una sola parola di ciò che dicevano le guide e anche le bellezze della Francia passavano davanti ai miei occhi quasi senza che me ne accorgessi. Approfittavo di ogni istante libero per immergermi nella lettura e le rare volte in cui ripensavo al mondo reale era per contare i giorni che mi separavano dalla visita a Béziers. Erano sempre troppi e mi sembrava di non farcela più ad aspettare.

Per non impazzire durante l’attesa, mi dedicavo alla lettura dei saggi di Annett. Ne avevo portati con me due, ma solamente perché la valigia non sarebbe riuscita a contenerne di più. Leggevo in ogni minuto libero e continuavo a riflettere sulle inversioni del magnetismo terrestre anche durante le visite a musei e chiese.

L’ultimo giorno della gita, Nadia si rassegnò e smise definitivamente di parlarmi. Io, rannicchiata sul sedile dell’autobus e impegnata nella lettura, non me ne accorsi nemmeno.

Ero completamente isolata dal mondo e concentrata sul secondo saggio: “La fine dell’energia”. Sebbene non avessi mai studiato l’entropia in tutta la mia carriera scolastica, tutti quei discorsi sull’aumento del disordine dell’universo mi parevano assolutamente naturali.

Quando arrivammo a Béziers, uno dei miei compagni dovette venire a scuotermi per farmi capire che il viaggio era terminato. Con fatica, mi staccai dal mio adorato libro e lo riposi nello zainetto.

Appena scesi dall’autobus, però, mi ricordai della mia missione e allora non pensai più ai romanzi e ai saggi. Il mio unico pensiero, di colpo, era diventato il cimitero. Dovevo trovare quello in cui era sepolta Annett.

Mi fermai davanti alla prima cartina della città che trovai, senza preoccuparmi del resto della comitiva. Prima che uno dei professori mi richiamasse all’ordine, feci in tempo a vedere che erano segnati due cimiteri: Cimetière Vieux e Cimetière Neuf.

Non potevo sapere con certezza in quale dei due si trovasse la tomba di Annett, ma supposi che fosse nel nuovo. Nel cimitero vecchio, pensai, si dovevano trovare le sepolture più antiche e lei, in fondo, era morta da meno di vent’anni.

La mia comitiva entrò in una chiesa e dovetti sorbirmi l’ennesima spiegazione di una guida turistica. Come era successo anche nei giorni precedenti, non riuscii a seguire una sola parola, presa com’ero dai miei pensieri.

All’ora di pranzo, finalmente, i professori decisero di concederci una pausa di un’ora. Dissero che potevamo andare liberamente in giro per la città e fermarci a mangiare dove volevamo, ma ci raccomandarono di muoverci in gruppetti di almeno tre o quattro persone.

Io, ovviamente, non diedi retta alla raccomandazione e, invece di pensare al pranzo, schizzai subito via per mettermi alla ricerca del cimitero. Il problema, però, era che non avevo idea di dove si trovasse e, per di più, non riuscivo a vedere nessuna piantina della città nelle vicinanze. Cercai nelle vie circostanti, ma non ne trovai nessuna.

Iniziai allora a guardarmi intorno, in cerca di qualche passante a cui chiedere indicazioni. Quello che, a prima vista, aveva l’aspetto più affidabile era un ometto sulla cinquantina, con i baffi e un paio di occhiali tondi, che stava camminando nella mia direzione.

“Excusez-moi, Monsieur, le Cimetière Neuf, c’est loin d’ici?” gli chiesi, nel mio francese non certo perfetto, sperando che il signore capisse la mia pronuncia stentata.

L’uomo parve capire e mi rispose che no, non era molto lontano. Fu molto gentile e mi diede qualche indicazione, accompagnandola con dei gesti per farmi comprendere meglio. Aveva di certo capito che ero straniera.

“Merci beaucoup!” ringraziai in fretta e corsi via.

Avevo poco tempo: se non fossi ritornata per la fine della pausa, tutti i professori si sarebbero messi a cercarmi e non avrei più potuto compiere la mia missione in pace. Senza contare tutti i rimproveri che avrei dovuto ascoltare! Li avrei evitati molto volentieri.

Rischiai di perdermi un paio di volte. Quando arrivavo agli incroci, non sapevo con certezza quale strada prendere, perché la mia ansia non mi lasciava riflettere con calma. Alla fine, però, riuscii a trovare il cimitero.

Oltrepassai i cancelli, mormorando una preghiera veloce. Mia nonna mi aveva insegnato di dire sempre una preghiera entrando nei cimiteri, ma in quel momento i miei pensieri erano assorbiti da Annett. Il mio chiodo fisso. La mia ossessione.

Passai in rassegna file e file di tombe, osservando le date di morte. Avevo così fretta che non prestavo la minima attenzione ai nomi e tantomeno alle fotografie. Arrivata alla zona in cui le date terminavano in “1992”, finalmente la vidi.

Una lapide come tutte le altre, bianca, lucida, senza troppe decorazioni. Solo un’iscrizione in rilievo, di metallo color oro in parte scolorito dal tempo e dalla pioggia: “Annett Jutta Sommerfeld, nata il 27/04/1921, morta il 16/09/1992.”

Oltre alle scritte, una piccola foto rotonda. Mi dovetti avvicinare per vederla bene. Annett sorrideva, gli occhi chiari ma profondi, i riccioli bianchi che le sfioravano le spalle. Non era come in tutte le foto che avevo visto su internet. Quelle erano state scattate in occasione di cerimonie e incontri ufficiali e lei esibiva un sorriso di circostanza. In questa, invece, la sua espressione era naturale.

Sorprendentemente, Annett in quell’immagine sembrava più viva che mai e sembrava guardarmi. “Passo il testimone a te, raccoglilo” mi dicevano i suoi occhi.

Ora che mi trovavo davanti alla sua tomba, mi sentivo improvvisamente priva di energie.

La mia frenesia di poco prima era sparita.

“Che cosa devo fare, perché il fantasma di Annett mi lasci finalmente in pace?” pensai.

Non lo sapevo. Era andata fino al cimitero senza avere un progetto preciso, ma ora sentivo che stare lì a guardare la lapide non era sufficiente. Dovevo fare qualcosa che permettesse di riposare in pace al suo spirito e, soprattutto, al mio.

All’improvviso, ebbi un’idea.

“Che cosa si fa di solito, quando si va a trovare un defunto? Si portano dei fiori!” mi risposi.

Lanciato un ultimo sguardo alla tomba, per non dimenticare la sua posizione, tornai all’entrata del cimitero. Davanti al cancello avevo visto una signora che vendeva dei fiori.

Quando ritornai, la donna c’era ancora. Mi guardò un po’ stupita, sicuramente chiedendosi perché una ragazza della mia età a quell’ora era al cimitero invece che a scuola, ma non fece storie quando comprai un mazzo di crisantemi rosa.

Rapidamente, tornai dentro ed appoggiai i fiori sulla lapide. Una nota di colore, seppure tenue, in mezzo a tutto quel bianco.

Dissi una silenziosa preghiera per l’anima di Annett, o forse per l’anima di entrambe, visto che a quanto pareva la sua si era trasferita in me, e poi lasciai il cimitero.

Una volta tornata fuori, diedi uno sguardo all’orologio. Erano già passati tre quarti d’ora! Ce l’avrei fatta a tornare in tempo dai miei compagni di classe? Accelerai il passo, sperando di ricordarmi la strada che avevo fatto.

Arrivai al luogo di ritrovo prestabilito appena prima dello scadere del limite di tempo. Nessuno dei professori, per fortuna, si preoccupò di controllare se durante la pausa ero stata in compagnia degli altri studenti. La classe, dunque, risalì sull’autobus e cominciò il viaggio di ritorno verso l’Italia.

Durante il tragitto, non mi passò nemmeno per la testa l’idea di riaprire il mio libro. Ero così stanca che pochi minuti dopo essermi posizionata sul sedile mi ero già addormentata. In quei giorni, infatti, avevo passato gran parte della notte a leggere e quindi dovevo recuperare molte ore di sonno.

Mi svegliai soltanto molto tempo e molti chilometri dopo, quando l’autobus arrivò a destinazione.

 


 

E ora sono qui. Da quando sono tornata dalla gita in Francia, per me Annett Jutta Sommerfeld è solo un nome quasi dimenticato, ma che suona familiare, come quello di una vecchia parente. Mi sono finalmente riappropriata della mia vita.

Ho ricominciato a seguire le lezioni quando sono a scuola, a svolgere altre attività oltre alla lettura e, cosa più importante, a parlare con chi mi sta attorno. Nadia, per fortuna, non è più arrabbiata con me e la nostra amicizia è tornata quella di prima.

Ora sono al computer e ho davanti a me un foglio bianco, virtuale. Tra poco le mie dita cominceranno a danzare velocemente sui tasti e sarà l’inizio di una nuova storia. Un racconto? Un romanzo? Non lo so ancora.

Ciò che so è che lo firmerò con il mio vero nome e non con quello di A. J. Sommerfeld. Non so se veramente siamo la stessa persona, ma, anche se la mia anima e la sua fossero la stessa, in fondo, che importanza avrebbe? Ora tocca a me scrivere la mia storia.

Mi fosse rimasta almeno una fotografia

 

Questa storia, che ho pubblicato anche sul mio blog (www.nymphadorashair.wordpress.com), è un’opera di pura immaginazione. Qualsivoglia riferimento a fatti o persone reali è da considerarsi del tutto casuale.

Fino a trent’anni avevi gli occhi verdi,

Delle ali trasparenti, 

Padri e madri interiori che ti riempivano di voci.

Adesso hai finito i soldi, passano altri inverni;

Invecchiano anche i musicisti, anche i tempi postmoderni.

Forse è finalmente la notte dei tempi,

Dei tempi dispari, o dei quattro quarti

Di Berlino, al Bargheim.

 

Inutile,

Inutile proteggersi dai venti forti, dai migliori anni.

(Le luci della centrale elettrica, Macbeth nella nebbia)

 

Erano giorni in cui il cielo pesava come un asciugamano bagnato sulle ultime vertebre delle nostre schiene scoliotiche e sui nostri cuori.

Avevamo vent’anni e qualche settimana, alcuni e qualche mese, tu eri caduto da poco in quello spazio ondivago che definivi “post ventuno”. Amavamo sfotterti, dirti che volendo avresti potuto tentare la fortuna a Las Vegas. Tu nella fortuna non credevi. Sulle roulette avresti appena dischiuso i tuoi occhi colore dei rigagnoli che i tacchi della gente scavano nella neve.

Quando camminavamo di notte, per le strade di un quartiere in cui alle undici brancolavano solo più spaccini e vecchi insonni, il silenzio filtrava dalle pareti dei condomini di colori resi vaghi dalle piogge e dall’alcol che avevamo nelle vene. Ricordo il sapore del tuo tabacco sotto la lingua, sempre un po’ acido, sempre diverso da quello che avrei voluto. Mi lamentavo, e anziché rispondere di comprarmi quello che mi pareva e lasciarti in pace ti stringevi nelle spalle, i brandelli di giubbotto appartenuto a tuo padre tuo cugino tuo fratello sobbalzavano attorno al tuo corpo, il tuo corpo che era sempre troppo poco. Ti preparavo da mangiare con un’ombra di ossessione che riuscivo a mascherare a stento. Ripetevo a chiunque avesse la sbatta di starmi a sentire che fare i dolci era la mia droga, anzi, prendi un altro pezzo di ciambellone, e intanto fissavo le tue pallide dita di poeta che cincischiavano con qualche avanzo in fondo a qualche piatto. Tu avvertivi il mio sguardo e sollevavi il tuo, grigio e fisso e in qualche modo inquietante e bello e desiderabile, poi sorridevi, una specie di sorriso, sollevavi un angolo di quella bocca tagliata un po’ di sbieco. Io contavo le mezzalune azzurre alla base delle tue unghie. Adesso che ci penso, non mi ero soffermata a riflettere sul fatto che ti eri conservato in relativa buona salute per diciannove anni e svariati mesi prima di incontrarmi. Evidentemente, da solo eri in grado di provvedere se non altro ad alcuni dei bisogni elementari del tuo essere.

Quelle volte in cui mi accarezzavi la fronte e sussurravi parole che mi facevano pregare che si trattasse di MDMA, e non di una progressiva e irreversibile perdita della lucidità

Quando saliva il sole era comunque stretto tra stracci di nuvole, e il caldo che ci gocciolava addosso ci instillava una sorta di fiacchezza nelle cellule. Era un luglio cianotico e senza slanci di sorta. I tuoi capelli di un colore improponibile e la svampa dei tuoi vestiti sempre troppo pesanti. Il bagliore dorato dei peli sotto il tuo ombelico quando persino per te era troppo tenere addosso la maglietta da basket di chissà chi, avuta chissà come, non lo rammentavi, o se lo rammentavi non me lo dicevi. Stavo stesa sulla schiena con sotto la testa dispense rilegate del costo di quindici euro e zerozero, ché solo le copisterie che fanno tutto in nero hanno i prezzi semplici, niente scontrini con scritto novantanove centesimi. Ogni singolo filo d’erba si impregnava di sudore, uno su cento mi rimaneva incollato alla pianta del piede. A volte, ti chiedevo se volessi un caffè. Tu stavi in silenzio e ti accendevi un drum, fra l’altro, detto proprio inter nos, girato di merda.

Non è che parlassimo molto, allora. Alla small talk, come la chiamavi tu, ci pensava Veronica, con i suoi capelli rossotinto e le Vans senza lacci e l’aria sempre incazzata, probabilmente con me. Credo ti volesse scopare, Veronica. Per quanto comprendessi con una precisa profondità il suo desiderio, mi sfuggiva come facesse a sfuggirle che di certo tu non scopavi neanche me.

Non che mi dispiacesse, almeno non nel senso tradizionale del termine. Ti volevo. Ti volevo quando strappavi qualche lamento becero alla vecchia chitarra di mio fratello, quando cuocevo una crostata solo per te alle tre del mattino e fuori c’erano quaranta gradi, quando si spandeva sul terrazzo l’odore di cuoio dei tuoi braccialetti bagnati. Quando ti infilavi la mia penna tra i denti e  non la sputavi nemmeno se te lo chiedevo con gentilezza. Quando eri alticcio e mi leggevi poesie che nessun altro su questo cazzo di pianeta avrebbe mai ascoltato. Ti volevo, ma non ero disposta a pensare a te come avrei pensato a qualcuno che si divideva tra l’erba comprata dal suo amico con le piantine, quello che studiava giurisprudenza, e qualche chiavata occasionale. Che poi era quello che facevi, né più né meno. Solo che mi illudevo che non chiavassi me, e invece mi recitassi quintali di stronzate pseudo espressioniste, perché ero speciale.

Speciale come le tue occhiaie colore dell’asfalto fresco che odora di inevitabile e di infanzia in riviera, quando le macchine movimento terra spianavano ed egualizzavano gli sterrati in tempo per Ferragosto

Mi stupisce che a volte tu mi manchi. Ci sono dei momenti, in queste giornate che hanno un senso, un meraviglioso ricadere nei rapporti causa-effetto, in cui torno al luglio di quella che ormai mi sembra un’altra vita. So dove sei, come lo sanno tutti- per quanto tu tenti di dissolverti in città che brulicano di anime perse, è difficile perdere le tracce del tuo sorriso tagliato male e dei tuoi polsi fragili. Ti vedo biondo, dopo periodi variamente estesi di tinture orribili, nelle foto di giornali che nessuno compra più, perché comunque la si metta le versioni telematiche degli oggetti costano meno. Sembri felice, in quel modo tutto tuo di esserlo, con vaghi fantasmi di terrore al fondo di una faccia che fino a qualche anno fa trovavamo bella solo io e Veronica, alla quale comunque bastava che uno si fingesse musicista. Perché all’epoca, con rispetto parlando, era più che altro una finta.

Per quanto sarebbe una stronzata anche pregevole da mettere nero su bianco in una mattinata di dicembre, mentre dovrei correre a comprare qualche pensierino per le legioni di conoscenti che ho dimenticato, non ho nostalgia della nostra amicizia. Non so nemmeno se si possano chiamare tali due torce smezzate in una notte gravida del profumo dei glicini, i miei tentativi di ipernutrizione (negli scatti che ho visto ieri passando in edicola sei magro, troppo magro, ma abbastanza inequivocabilmente vivo), il tuo modo noncurante di appoggiare la testa sul mio grembo e le mie dita che giocavano con l’ombra che ti si raccoglieva sotto gli zigomi. Non mi manca quello che ero allora, la mia palese incapacità di passare un esame mascherata da depressione, le pastiglie per dormire e il caffé per stare sveglia, l’alcol nel circolo sistemico al posto di un minimo di senso, le illusioni di grandezza che di fatto facevano da centrino sui tavoli di noce lucidato della mia mediocrità così comune. Non mi manca avere vent’anni, per quanto allora non fossi neppure del tutto convinta che sarei arrivata ai trenta.

Quanto fa star bene da ragazzi

Credersi dei cazzo di artisti maledetti.

Un po’, devo dirlo, mi manchi tu. Mi manca l’odore del tuo corpo, quando si sentiva sotto quello più pungente del fumo e più metallico del sangue che comunque un po’ trovava il modo di macchiarti qualche parte del corpo, anche solo perché ti eri grattato una crosta o fatto la barba. Credo, a oggi, che il tuo sangue ti odiasse, e volesse uscire da te il più rapidamente possibile, come le tue possibilità di sopravvivere più o meno indenne a quella che chiamano giovinezza.

Sono, comunque, debolezze passeggere. Contro ogni previsione, tu hai preso un aereo, perché macchina e traghetto avrebbe fatto più scena ma la quarta volta che guidi sbronzo in un mese è abbastanza scontato che ti ritirino la patente, e sei andato a conquistare l’Inghilerra come quelli che avevamo studiato al liceo, quelli che hanno fatto un po’ di casino in un anno che potrebbe essere il 1066. Non hai preso la chitarra di mio fratello, ma una che hai comprato al Balùn a sessanta euro, che comunque per il Balùn è un prezzo di un certo rispetto. Ti ho salutato di striscio, in una piazza affollata, perché pensavamo entrambi che dopo un paio di mesi saresti ritornato. Il mio bacio,  con ogni probabilità diretto alle labbra, all’ultimo ti ha centrato in una regione poco canonica della guancia, al confine con l’orecchio. Posso affermare senza inutili capriole retoriche che è stata l’ultima volta che ti ho visto.

Dopo dieci anni, i Paesi stranieri si sovrappongono al nostro, le città si scolorano le une dentro le altre e le facce galleggiano in una nebbia che uno può non avere il desiderio di dissipare, è legittimo. Se qualche giornalista ti chiedesse del tuo primo amore (lo avranno fatto, non c’è ragione per cui non dovrebbero averlo fatto), temo proprio che non penseresti a una tizia con la frangia che ti ingozzava di cibo e accarezzava la tua nuca quasi contropelo, sempre che questo temine sia utilizzabile per gli umani. Sono quasi certa che non ti sarei venuta in mente io nemmeno se te lo avessero chiesto dieci anni fa. Un po’ dispiace, perché sarebbe molto romantico e parecchio poco originale essere stata il primo amore di un musicista di successo. Di successo che nega di aver cercato, perché negare fa sempre figo, soprattutto quando si tratta di dire che si schifavano sia i soldi che la fama. 

Inutile finto hipster senza ambizioni, potrebbe capitare anche a te! Sì, a te!

Credo che tu sia l’amante di una modella con le sopracciglia brune e la faccia sempre un po’ triste. Tipo la mia dieci anni fa, se avessi avuto due visagiste e quattro parrucchieri. C’è gente che viene imbellita dalla tristezza, ma la maggioranza di noi diventa solo una versione più aspra di se stessa.

In questi dieci anni, mentre tu imparavi a strappare qualcosa di decente a chitarre sempre più care e ti facevi baciare da una socialite che ti ha lanciato in un mondo al quale da solo non avresti avuto accesso, io ho continuato a non passare gli esami. I miei si sono arresi, io mi sono arresa, e mi sono rifugiata in qualcosa che mi è sempre piaciuto, che mi piaceva anche molto più di te.

I libri.

Li vendo con una certa apprensione, perché staccarsene è appena meno brutto che non pagare le bollette. Mangio quando ho voglia, cioè non proprio spesso, non ho più la frangia e indugio sui balconi per lassi di tempo ragionevoli senza che mi venga il desiderio di scavalcarne le ringhiere di ferro battuto. Non tocco più le medicine, ho la fondata impressione di essere un caso pressapoco risolto.

Mi fosse rimasta almeno una fotografia, qualcuno crederebbe che un giorno lontano ti ho toccato la clavicola e forse anche un frammento minimo dell’anima. 

 

 

Orgoglio

 

L’orgoglio é prerogativa di ogni famiglia nobile di Westeros, ma in particolare sono conosciuti i Lannister,superba casata di leoni ricchi,ambiziosi, pericolosi e vendicativi.

Non pensava che il suo sarebbe stato calpestato tanto facilmente:re,guerriero sanguinario e sovrano ora denigrato e malvisto da tutti a sua insaputa.

L’armatura non si infila e sua moglie e il suo migliore amico lo guardano uno bonariamente e l’altra con quel suo odioso sguardo pungente, come se tutto quello che lui fa sia per lei fonte di un terribile disonore o oltraggio.

Una volta era anche lui orgoglioso come la donna che il lord Tywin gli ha messo a fianco ma spesso rifugge anche la vista dello specchio.

Sono tutti in grado di giudicare quando non hanno bagnato le mani nel sangue, quando non ci sono nella loro testa fantasmi di donne imploranti e bambini piangenti che puntualmente uccidi con un ghigno sadico stampato in viso.

E quando riapri gli occhi gli spettri dei morti ti giudicano nel buio, preparano la tua fine alla luce del giorno.

Il vino fa sembrare tutto meno rosso,paradossalmente.

L’alcool annebbia la mente impedendoti di vedere o ricordare, e ai tuoi amici non importa nulla,loro non sanno e non capiscono! Sono tutti orgogliosi chi del proprio lignaggio, chi delle proprie fortune , chi (Ned,maledizione,odia anche lui) chi del proprio coniuge.

Sente sua moglie maledirlo sottovoce,dietro gli stipiti delle porte si acquatta e proferisce poi insulti che ripete in pubblico per umiliarlo.

Ma lei é perfetta, forse si meriterebbe qualcuno di migliore, qualcuno come Eddard che sappia onorare i suoi capelli lucenti, i suoi occhi chiari e la faccia sentire al caldo e protetta.

Per sciogliere il gelo serve forse un uomo del Nord? Ricorda bene la discussione della settimana precedente durante la cena.

La rabbia lo pervade, sente la gola secca e decide che anche quel problema può essere annegato nel vino.

O in un dolce.

Un re non si può mai mostrare poco meno che fiero di se e del suo lignaggio, non può essere nulla di meno che il protettore dei Regni sino alla sua morte.

E se alla sua morte non ci fosse nulla da salvare per cosa ha vissuto sino a quel momento? Per quale assurdo motivo ha cercato tanto spasmodicamente la compagnia del suo più caro amico?

Sente dolore al lato destro del torace, una fitta.

Dovrebbe smetterla, eppure quello é il modo migliore per soddisfare il più remoto desiderio che ha:accecarsi per non vedere il mondo, per non vedere i fantasmi e il suo passato.

Non ha nulla di cui vantarsi,nemmeno un lignaggio troppo antico volendo essere precisi.

Si accascia sul letto, stanco di pensare e in attesa del cibo di un servo.

Probabilmente Cersei sarebbe stata orgogliosa di un marito come Ned.

Lui sarebbe stato orgoglioso di Cersei quanto di Catelyn.

Forse, il pomeriggio successivo, una bella battuta di caccia lo avrebbe ristorato, se non nell’orgoglio quantomeno agli occhi degli Dei.

E sfortunatamente s’addormenta non sapendo quanto presto li incontrerá.

Pronto per perdere di nuovo l’orgoglio,Robert?

De Josephina

Aveva visto diverse volte quella creatura dotata di quelle che ha scoperto essere gambe avventurarsi per i fondali dell’oceano con quella capsula d’ un materiale che le ha spiegato essere vetro.
Ci ha parlato, un giorno e ha scoperto che l’essere senza coda ha un nome:Josephine.
Josephine è negli abissi per una spedizione scientifica, per studiare le forme di vita degli abissi, le tribù che popolano il mare.
Josy, come ha imparato a chiamarla, riesce a farsi capire coi gesti nonostante parlino lingue diverse: è una donna intelligente e abile, professionale e forse un po’ timida per via del suo handicap, ma sott’acqua nessuno ha le gambe per cui non ha nemmeno troppa importanza.
O forse è da talmente tanto tempo in ginocchio in quella capsula che ha dimenticato di averle, ma sotto la superficie sono comunque uno strumento inutile.
Josy forse si sta raccontando una storia per dimenticare da quanto tempo non vede la luce del sole e non sente voci umane.
Però le han detto di scendere lì sotto per la gloria del suo paese, della sua nazione, per le speranze di trovare nelle popolazioni sottomarine qualche metodo per prolungare la vita umana ancora troppo fragile ed effimera.

Non c’è amore, non c’è gloria, non c’è speranza.
Non esiste il lieto fine
.

 

Eppure sapeva che ci sarebbe stato qualcosa di storto, in tutto quel che Josephine intraprende c’è qualcosa che va distrutto, invariabilmente!
enza contare che lei è sempre stata quella stupida, quella ingenua che si presta a ogni missione pur di non scontentare i superiori, anche se sa che gli altri trattano con disprezzo quello che lei fa, l’impegno che ci mette e il sincero entusiasmo che trasuda dalle sue parole e i suoi gesti.
E’ una missione inutile, che porterà solo rogne in un posto in cui non ci sarà nulla di logico e produttivo da fare se non rompersi le palle scrutando nelle tenebre e fra le alghe ammuffite.
Invece lei è riuscita a trovare una popolazione autoctona di tritoni, è entrata in contatto coi membri della comunità e sembra persino meglio inserità lì che nel mondo in superficie: un pesce non ti chiede quanto sei preparata, di superare test attitudinali, non parla male di te alla prima occasione, ti rispetta girando per il mondo assolvendo il compito che la biologia gli ha assegnato: farsi mangiare da un pesce più grande e nell’attesa provare a sopravvivere.
Si ricorda bene quanto è stata felice il giorno della sua laurea, poi quando è entrata nel team di ricerca di biologia sperimentale e genetica avanzata.
S’è sentita importante.
Poi l’hanno fatta immergere e ha scoperto che un tritone è persino in grado di provare qualcosa di molto simile all’amore.
L’ha capito quando lui s’è avvicinato sfiorando il vetro che la separa dalle onde e l’ha accarezzato con un sorriso che faceva mostra di quei dentini appuntiti che rendono tanto intrigante il suo sorriso.
Ha sfiorato l’apparecchio con le labbra, posandole all’altezza delle sue.
Josy ha sorriso e da quel momento hanno iniziato a comunicare apertamente attraverso il vetro.
Le storie fluiscono ormai da mesi attraverso i gesti e la ricerca ha praticamente perso d’importanza, tanto nessuno dal Governo chiede ormai sue notizie da troppo tempo: non c’è stata gloria, ma quantomeno ha trovato, per una volta nella sua vita, qualcosa di simile a un finale felice per la sua storia.
Povera, piccola, ingenua ragazzina: non esiste un finale felice per lo scienziato che si innamora del suo esperimento o della sua cavia.

Questo è il modo in cui amiamo
Come se fosse per sempre.
Per vivere il resto delle nostre vite ma non insieme
Pensava sarebbe durata per sempre, che ce l’avrebbe potuta fare a resistere da sola in immersione per più d’un anno, ma quando s’è scoperta a parlare da sola come se ci fosse qualcuno nella navicella ha iniziato a capire: stava distruggendo tutto come l’ultima volta, hanno voluto sbarazzarsi di una scienziata incompetente e ci stavano riuscendo divinamente: il lavoro sporco lo sta facendo tutto la sua testa.
Se n’è accorta quando i suoi fascicoli e i suoi rapporti hanno iniziato a sparire, poi è stata degradata e in ultimo le è stato affidato quell’incarico che ora capisce essere di nessuna utilità.
Che essere umano sei quando il gesto più tenero che hai mai ricevuto viene da un uomo-pesce? Che cosa patetica.
Ride istericamente nel silenzio della navicella, ormai non dorme con regolarità e serenità da almeno dieci giorni, probabilmente sta impazzendo ed è terrificante la consapevolezza che ha dell’avanzare del processo: è una goccia d’inchiostro che si diffonde nell’acqua.
Ha mandato in riparazione la sua Underwater 3.5, la capsula per le esplorazioni ed è tornata il giorno prima.
Giorno? Già, che giorno? Lunedì, martedì? O forse domenica? Sfoglia freneticamente il diario che ha iniziato a tenere una mattina in cui ha aperto gli occhi e quello sembrava un passatempo di poca importanza.
Indossa la muta con le gambe paradossalmente sempre più doloranti e sempre più insensibili, poi entra nella Underwater e parte.
Quando finirà quell’incubo?
E’ una storia che ha fatto un’immane fatica a raccontare nel diario, una favola di disonore, incubi e paranoia.Sospira  e s’inoltra nelle tenebre sino a quando vede un paio di luminosi occhi verdi farsi incontro a lei.
Si domanda come possa bastare uno sguardo, un guizzo di una pinna che ha imparato a riconoscere fra mille per stare improvvisamente bene.
Uno scricchiolio interrompe il corso dei pensieri di Josy.
Il vetro della capsula si è incrinato.
L’ossigeno si sta esaurendo con rapidità, un tritone la fissa accarezzando la ragnatela fragile che si sta frantumando sotto la pressione del mare.
Sta ancora sorridendo? Non importa più.
Forse è così che sarebbe comunque finita: morta per un guasto meccanico in un luogo dimenticato da Dio, senza poter riabbracciare la sua mamma, il suo papà, Samuel! Oh come piangerà Samuel, il suo piccolo fratello di dodici anni!
L’uomo-pesce le mima qualcosa, poi rompe la capsula. Probabilmente è proprio quello il morire, è perdere dolcemente coscienza del mondo intorno. Non avrebbero mai potuto vivere la loro vita insieme, ma si sono raccontati un sacco di bellissime bugie.
E’ stato breve e bello, ormai le sembra un allucinazione la mano dipinta d’azzurro di Ruk che la tira fuori dalla macchina ormai colma d’acqua. Il dolore che sente diffondersi dalla gola ha qualcosa di piacevole, un retrogusto amarognolo mentre le lacrime che avrebbero dovuto pizzicarle il viso si dissolvono nell’oceano.
Mentre chiude gli occhi vede avvicinarsi Ruk alla sua tuta ed estrarne un coltello, poi diventa tutto sfocato e ricorda solo il tenue abbraccio rassicurante del tritone e il sangue che sfuma il mondo attorno.
Di sicuro non avrebbero mai potuto vivere il resto della vita insieme, ma la morte non li avrebbe separati.

This is the way you left me,
I’m not pretending.
No hope, no love, no glory,
No Happy Ending. 

 

N.d.A. e varie: dunque! Mi chiedono di spiegare perché ho scelto proprio queste parti di canzone per la mia fanfiction, ma temo sia una cosa un po’ difficile: per una songfiction si sceglie semplicemente ciò che è più adatto a descrivere una determinata situazione e ciò che si accorda con l’ispirazione dell’autore . E’ una scrittura che per me è molto istintiva, dunque queste parti di testo son quelle che mi han commosso di più e meglio si accordavano con ciò che  la melodia e l’immagine proposta mi suggerivano di scrivere.
La canzone è di Mika: Happy Ending.
Ecco, preciso che non scrivo mai nulla di tragico e questa brutta copia fantascientifica di Romeo e Giulietta è piuttosto triste, ma spero che dopo le revisioni apportate la storia risulti quantomeno sensata e decente. L’immagine contenuta nel pacchetto era questa:
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